Firenze, il mistero di un destino straordinario

(a cura del Magg. Gen. Massimo Iacopi)

 

Dal Boccaccio al Brunelleschi, da Giotto a Michelangelo, a Galileo …. Fra il 13° ed il 17° secolo ogni decennio ha visto sorgere una nuova generazione di artisti, pensatori, scienziati. Come spiegare una tale ricchezza ? Lo straordinario destino di Firenze resta per certi aspetti un enigma. Anche se la sua geografia, le sue istituzioni politiche, il suo dinamismo ci possono aiutare a renderlo più comprensibile.

 

Raramente nella storia dell’umanità una città ha contribuito, per oltre tre secoli, com’è successo a Firenze in particolare dalla fine del 13° secolo all’inizio del 17°, ad inventare o a reinventare quasi tutti gli orizzonti delle attività dell’uomo. In quel periodo Firenze ha infatti rinnovato le teorie e le tecniche della pittura, della scultura e dell’architettura, ha possentemente contribuito a disegnare un nuovo spazio economico in Europa e nel Mediterraneo ed ha concorso alla revisione dei concetti politici[1], teologici e culturali che sono oggi alla base della nostra civiltà.

I nomi legati a questa città, costituiscono una stupefacente legione di artisti, di innovatori, di pensatori e di scienziati, dal Boccaccio[2] al Brunelleschi[3], da Giotto a Michelangelo[4] al Cellini[5]. Senza dimenticare altri personaggi di statura mondiale, quali un Dante[6] o un Machiavelli[7], che appartengono ormai non solo a Firenze ma al bagaglio della tradizione culturale europea. Questi pochi nomi riassumono da soli la grande storia di una città che ha espresso nel tempo una energia vitale diretta ed incontenibile.

 

Come spiegare un destino così rilevante, una profusione artistica così prorompente, talmente evidente sia nella stessa città, sia nei musei e nelle collezioni private sparse per tutto il mondo ? Come si spiega che tanti aspetti della civiltà occidentale si siano potuti esprimere nell’angusto spazio di un quadrilatero dell’ampiezza massima di meno di un chilometro e mezzo, posto fra il Convento di S. Marco a Nord, S. Croce ad Est, l’Oltrarno fino a Porta Romana a Sud e S. Maria Novella ad Ovest ? Come spiegare infine che una storia così straordinaria possa essersi sviluppata in un luogo soggetto anche alla esiziale e perversa azione di una natura a volte matrigna, fra terremoti (quello del 1453 fu particolarmente disastroso) e piene dell’Arno, fiume capace di inondazioni terribili, come quelle del 1333, del 1557 e recentemente del 1967 ?

 

La geografia

 

Certamente il suolo toscano è ricco ed offre notevoli risorse, di fatto il frumento, l’olivo e la vite alimentano una economia tipicamente della regione. Inoltre dal Mugello e dai fianchi degli Appennini arrivano – assieme a numerosa manodopera – noci, castagne, legna e carne.

Questa attività agricola, sebbene insufficiente per i bisogni alimentari della popolazione (di fatto già dal 1100 si ha notizia di importazioni di grano dal sud dell’Italia) è alla base delle prime fortune di Firenze, che con la terra da coltivare ha sempre avuto un rapporto positivo, tra l’altro ereditato dagli Etruschi.

 

Non va comunque dimenticato che i primi rappresentanti della nobiltà fiorentina derivano dalle grandi famiglie proprietarie e titolari di feudi nel contado e che nel medioevo la proprietà fondiaria e la gloria delle armi hanno da sempre rappresentato i simboli distintivi della nobiltà[8]. Per questo motivo per i ricchi abitanti di Firenze, non provenienti dal ceto magnatizio, i campi coltivati che circondano la città hanno da sempre rappresentato un simbolo concreto della loro potenza. Il nutrirsi dei propri raccolti ed il poter contemplare un paesaggio agrario modellato secondo una certo canone della bellezza, alimentano un orgoglio di stampo patrizio mentre dal desiderio dell’autosufficienza alimentare a quello di possedere un castello o una residenza in campagna il passo è breve. Tutto ciò anche perché, come notava il cronista fiorentino Benedetto di Domenico Dei[9],chi possiede una dimora ed un possedimento in campagna può flettere nel corso dei tempi ma mai cadere”.

 

Naturalmente l’agricoltura, per quanto intensiva ed efficiente possa essere, da molti secoli non è  più sufficiente e in grado da sola a creare o a mantenere un’e-poca di grande civilizzazione. Ai tempi cui ci si riferisce, però, l’autosufficienza in campo agricolo, o per lo meno la possibilità di importare i generi mancanti senza un onere eccessivo per il bilancio della comunità, costituiva ancora la necessaria base primaria per l’accumulazione iniziale di fortune e capitali. Ma è indubbio che già allora, senza un commercio “intensivo” non ci sarebbe stata speranza di sviluppo e progresso effettivi. Tutto questo è particolarmente vero per Firenze dove, la presenza di una agricoltura buona ma non completamente autosufficiente in relazione alla demografia, non avrebbe mai prodotto l’esplosione economica specie ai livelli e con l’intensità che poi vennero registrati,  se non ci fosse stata la spinta di un commercio, di una efficiente imprenditoria ed una produzione interna artigianale di tipo proto industriale.

 

Il salto di qualità che Firenze ha compiuto in un arco di tempo limitato è da ascri-vere fondamentalmente alla presa di coscienza dei Fiorentini che, se volevano svilupparsi in maniera competitiva con le altre città italiane, era necessario per loro inserirsi sulle vie principali di scambio e di comunicazione. E in questo non è che Firenze fosse in posizione privilegiata: la città si trovava sulla direttrice geograficamente più breve fra Roma e Bologna, ma nel Medioevo le vie di comunicazione principali fra il Centro e il Nord Italia erano ancora quelle a suo tempo costruite dai Romani, con l’aggiunta-aggiornamento[10] della famosa via Francigena, la strada dei pellegrini e dei mercanti che da Roma portava alla Francia e all’Europa Centrale, passando da Siena e da Lucca.

 

Le considerazioni tratte dalla geografia non giustificano né possono aver determinato da sole il destino di Firenze, una città, che pure nel periodo al quale ci riferiamo è stata capace di proporsi come una nuova Roma o una nuova Atene. Titoli che oltre tutto non ha mai contestato neanche Dante Alighieri, sebbene esiliato, per il fatto che piacque “ai cittadini della bellissima e famosa figlia di Roma, Firenze, di scacciarmi dal suo dolce seno”.

 

Le istituzioni

 

Delle istituzioni politiche abbastanza complesse e più volte rimaneggiate concorrono a facilitare il vertiginoso sviluppo commerciale della città e le stesse sono concepite in modo da evitare qualsiasi rischio di una dittatura personale. Infatti nella sua organizzazione più completa, verso la fine del 1200, l’esercizio degli uffici a Firenze funziona a livelli differenti: 1) i “Tre Maggiori” (Signoria e Collegi - gli Uffici Esecutivi), 2) gli Uffici Amministrativi (gli Otto di Guardia e Balia, Capitani di Parte Guelfa, ecc., più i Vicari e i Podestà inviati nelle città del dominio fiorentino); 3) al più basso livello, i Consoli delle Arti[11] delle 21, poi 24, Arti Maggiori e Minori.

Da parte sua, l’esercizio della giustizia era affidato ad altri organi specifici, anch’essi abbastanza complessi, e in definitiva alla responsabilità ultima di un Po-destà (primo magistrato), scelto obbligatoriamente e oculatamente in una fami-glia al di fuori di Firenze.  L'ordinamento giudiziario fiorentino prevedeva infatti la Corte del Podestà e la Corte del Capitano come "Corti Ordinarie". Esisteva inoltre una terza Corte Giudiziaria che era, dal 1307, quella degli Esecutori degli Ordinamenti, detentori della “balìa” (giurisdizione) a procedere contro le ambizioni e le intese monopolistiche delle Arti; per tali compiti questa  Corte funzionava “a latere” e al di sopra di quelle ordinarie (Podestà e Capitano).

 

Accanto alla Giustizia secolare funzionava, poi, quella ecclesiastica cui faceva capo il clero che, pertanto, non poteva essere perseguito dalla Giustizia Ordinaria.

 

Verso l’esterno erano poi attive una diplomazia accorta e sagace, che cercava di preservare la città dalle ambizioni di Roma, di Milano e dell’Imperatore, e una forza militare affidata, secondo costume, a mercenari  stranieri diretti da “Con-dottieri” (titolari di una “Condotta”).

 

Anche grazie a questa complessa ma tutto sommato efficiente organizzazione Firenze è divenuta così una delle più potenti “città - stato” d’Europa, nonostante i contraccolpi generati da frequenti guerre intestine e da svariate sommosse interne.

 

Le guerre intestine sono inevitabili, data l’esistenza nella città di numerose po-tenti famiglie, ovviamente desiderose di affermare il loro potere e la loro supremazia in seno alla classe dominante, e che in questo tentativo spesso diventano le emanazioni di influenze esterne. Sono da ricordare in particolare le lotte nel 13° secolo fra Guelfi, partigiani del Papa, e Ghibellini, partigiani dell’Imperatore, che hanno cristallizzato ed esasperato le rivalità esistenti nella classe magnatizie e nell’emergente classe mercantile. A loro volta, le sommosse intestine, come la rivolta dei Ciompi del 1378 – conseguenza estrema delle tensioni sociali -, sono in fondo delle inevitabili “crisi di crescita” intese a conseguire l’obbiettivo, duraturo o effimero a seconda dei casi, di un allargamento della base del potere reale. Nel caso dei Ciompi, per esempio, i lavoratori impegnati nel settore tessile, sfruttati e condizionati dai debiti, in un sussulto di disperazione riescono in un primo tempo a prendere il potere ed a diventare padroni di Firenze; ma la classe dominante esclusa dal potere ed inizialmente impossibilitata a reagire con efficacia, accettando, con una mutazione di gattopardesca memoria,  la “condizione popolare” rientra nel gioco politico si riprende il potere effettivo, reprime la rivolta e torna nella pratica ad escludere i Ciompi da qualsiasi ruolo importante nella vita politica cittadina.

 

Il tessuto sociale ed economico

 

La vera fortuna di Firenze comincia nel 13° secolo, proprio quando in Occidente nasce e si diffonde una nuova economia per effetto della sua crescita demografica, per l’estendersi dei suoi contatti con l’Oriente e la conseguente moltiplicazione degli scambi commerciali.

 

Grazie ai suoi artigiani, ai suoi mercanti, la città rivaleggia alla pari con Pisa, Genova e Venezia, sebbene non possegga un porto e non si trovi al centro di crocevia commerciali strategici. Ma Firenze ha dalla sua gli “avventurieri” della banca, l’ingegnosità dei suoi imprenditori del tessile e soprattutto una manodopera abbondante, laboriosa e spesso piena di inventive. La consorteria banchieri fiorentini, in particolare, rappresenta una vera forza della natura che nel corso dei secoli, da soli o associati con altri banchieri europei, riusciranno a condizionare persino la politica dei Governi degli stati più potenti allora esistenti.

 

La città ed il suo circondario si specializzano, inizialmente, nel trattamento e nella tintura dei panni di tela, provenienti dalle fiere d’Oltralpe e quindi riesportati. L’industria tessile (lana, lino, seta), rimarrà fino al 16° secolo la base della prosperità della città. Imprenditori audaci ed emissari di compagnie commerciali aggressive e spregiudicate (i Rimbertini, i Mozzi – Scali, gli Scali - Amieri, i Pulci, gli Ammannati, i Margotti, i Simonetti – Iacopi ed i Riccomanni si spingono in Francia nelle Fiandre, fin nella lontana Scozia e persino nell’Irlanda. I penultimi (Iacopi) arrivano persino a farsi nominare esattori delle decime e dei dazi sulla lana per tutta l’Irlanda, ma la storia dei Riccomanni, in particolare, ha dello straordinario. Il Davidsohn[12] racconta infatti che questi erano andati in Inghilterra, nel 1273, con poco meno di 3000 libbre (più di 25.000 lire oro moderne). Dopo 12 anni (1285) essi avevano per le mani 33 contratti pendenti di forniture di lana dei raccolti degli anni a venire, di cui 25 con monasteri ed 8 con secolari e tutti contro anticipazioni di denaro in contanti per una somma di gran lunga più alta del loro capitale iniziale.

 

Ma l’imprenditoria, per quanto innovativa e aggressiva, non avrebbe potuto rag-giungere le vette che a Firenze ha conseguito se non avesse potuto contare su una “forza lavoro” adeguata. In effetti, un altro notevole punto di forza della città è da individuare nella disponibilità di una consistente manodopera, rappresentata non solo dal proletariato urbano, ma anche ed in buona parte da quella di estrazione rurale. Per esempio Francesco Datini[13], il mercante di Prato così ben tratteggiato nel libro della Origo[14], controlla, fra il 1383 ed il 1401, 317 operai filatori a Prato e ben 453 nella campagna, ripartiti in 95 villaggi. Questa vitalità economica fa diventare Firenze una delle città più popolate[15] (circa 100 mila abitanti nel 1300) e più dinamiche d’Italia. La crescita della città è così importante da permettergli, a partire dal 1254, il conio di una moneta, il Fiorino d’oro[16], che, per circa due secoli, assieme al Ducato di Venezia ed al Bisante di Costantinopoli, diviene una delle monete più ricercate e tesaurizzate dell’Occidente.

 

Alla guida di questa fiorente economia si trovano alcune famiglie, che riescono ad accumulare grandi ricchezze da tutte le possibili attività. Di fatto un banchiere del tempo non è solamente un prestatore di denaro, un abile cambiatore ed uno specialista in lettere di cambio, ma è anche un compratore e venditore di qualsiasi prodotto che abbia un valore e che possa portare degli utili.

 

Circa l’entità e la forza delle principali famiglie fiorentine sono indicativi i dati del catasto cittadino del 1427, nel quale troviamo personaggi e famiglie che ave-vano accumulato fortune colossali per l’epoca. A quel tempo, in effetti, solo 140 persone avevano un reddito al di sopra dei 10.000 fiorini (che all’epoca era già una cifra ragguardevole) ma appena i primi dieci maggiori contribuenti della città, presentano un reddito uguale o superiore a 40 mila fiorini e cioé: un Palla di Nofri Strozzi con 161.900 fiorini (uno straricco!), un Francesco di Simone Tornabuoni con 110 mila, un Giovanni di Bicci de’ Medici con 91 mila, seguito da Gabriele e Giovanni di Bartolomeo Panciatichi con rispettivamente 81 e 70 mila fiorini e quindi da Alessandro di Filippo Borromei con 57 mila, da Niccolò di Donato Barbadori con 52 mila circa, da Niccolò di Giovanni Da Uzzano con 51 mila circa, da Bernardo di Lamberto Lamberteschi con 48 mila e quindi Francesco di Francesco Dellaluna con 39.700.

 

Se però nei primi 140 contribuenti si effettua una graduatoria aggregata per famiglie si ottengono dei dati interessanti, perché fanno evidenziare altri nomi di consorterie che hanno un peso rilevante nella vita politica e sociale della città del giglio. Di fatto fra le prime dieci famiglie troviamo al primo posto ancora gli Strozzi, che con due rami totalizzano 171 mila fiorini. Li seguono i Panciatichi, che con due rami fanno 151 mila, vengono poi i Medici con 143 mila e 4 rami, i Tornabuoni con 110 mila e un solo ramo, quindi i Barbadori con 83.400 e due rami, i Borromei con 78 mila e 2 rami, gli Alberti con 73 mila e tre rami, i Da Uzzano con 70 mila circa e due rami, i Bardi con 66 mila circa e 4 rami e quindi i Pazzi con circa 64 mila e tre rami. Entro il limite di un ipotetico ristretto “club degli over 40 mila fiorini” troviamo poi in undicesima posizione i Quaratesi con circa 55 mila e tre rami, seguiti dai Bischeri con 54 mila e due rami, dai Guicciardi con 51 mila e tre rami, dai Lamberteschi con 48 mila ed un ramo, dai Rinuccini con 48 mila e tre rami, dagli Ardinghelli con 47 mila e due rami, dai Serragli con 41 mila e due rami e quindi dai Dellaluna con 39.700 ed un solo ramo, il che equivale a dire che erano appena diciotto le famiglie capitaliste più ricche di Firenze.

 

Per fornire un quadro più completo, queste prime 18 famiglie erano seguite, a breve distanza, da altre 15 famiglie (i Rinieri, i Gini, i Manetti, i Portinari, gli Albizzi, i Giugni, i Nerli, i Giacomini, i Guidetti, i Busini, gli Alessandri, i Peruzzi, i Sacchetti, i Baroncelli e gli Zati), che disponevano tutte, di un reddito, comunque ragguardevole, superiore ai 20 mila fiorini.

 

Se poi si prende atto del fatto che i primi 140 personaggi rappresentano appena l’1,4% del totale dei contribuenti di Firenze e che il reddito medio è valutabile intorno ai 5 mila fiorini, risulta immediatamente evidente che Firenze nel suo complesso disponeva allora di una ricchezza incredibile e che i più abbienti erano dei veri e propri “paperoni” o, se si vuole, dei capitalisti texani ante litteram. 

 

Insomma il borghese fiorentino, orientato al guadagno, pronto ad avventurarsi per terra e per mare, supportato da una consistente rendita fondiaria, che esalta il fascino per l’aristocrazia, controlla la città, dalla quale trae gloria, orgoglio e fierezza.

Ma la vitalità del tessuto economico cittadino permette di affrontare e superare anche le conseguenze della grande peste del 1348 e dei suoi ritorni di fiamma successivi. L’evento principale, descritto con passione dal Boccaccio all’inizio del suo Decamerone, rappresenta per Firenze, come per tante altre città italiane ed europee, una vera e propria tragedia, dalla quale la città riesce a riprendersi solo dopo alcuni decenni. 

L’impulso che fornisce a Firenze l’energia necessaria per risollevarsi, viene ancora una volta, come nel periodo prima dell’epidemia, dalla spinta individuale dei singoli componenti della suo tessuto sociale, quale effetto concreto e globalizzante della cultura fiorentina dell’epoca, che, attraverso l’umanesimo ed il rinascimento, esalta i valori dell’uomo e dell’individuo.

L’uomo “faber fortunae suae” riscopre sé stesso e le sue capacità di affermarsi e questa nuova forma di coscienza di sé che aveva cominciato ad emergere nelle opere di Giotto, traspare adesso in maniera meno palese, ma altrettanto efficace, nelle centinaia di libri di Ricordanze, dove i “Pater Familias” borghesi redigono, a beneficio dei loro eredi e della loro memoria, il loro diario quotidiano, abbellito da ricordi e da aneddotica, arricchito di consigli ed avvertimenti, allo scopo di evitare la dissoluzione della parentela e delle ricchezze che la sostengono.

 

Da questa cultura mercantile emergono, appunto, le grandi famiglie, le generazioni di fondatori di Compagnie commerciali che, per ondate successive, sommergeranno o rimpiazzeranno nel tempo le precedenti, quelle crollate sotto le conseguenze del fallimento. Ecco dunque gli Spini, gli Ammannati, i Cerchi, i Simonetti - Iacopi, i Mozzi, i Velluti, i Della Scala o Scali, i Pulci, i Rimbertini, i Frescobaldi orientati verso il Nord Europa e le Fiere della Champagne e della Fiandra che, vittime della crisi economica degli inizi del 14° secolo[17], vengono rimpiazzati dai Bardi, dagli Acciaiuoli e dai Peruzzi. Tutti e tre, commercianti con l’Oriente, non riusciranno a sottrarsi alla rovina della seconda metà del 1300 e saranno a loro volta sostituiti dagli Strozzi, dai Medici, dai Tornabuoni, dai Panciatichi, dagli Alberti, dagli Uzzano, dai Rinuccini e dagli Albizzi, che risulteranno, appunto, le casate dominanti del 1400.

 

La cultura, la politica e l’ideologia

 

Pervasi dal clima culturale dell’epoca, tutti indistintamente a Firenze condividono le idee dell’umanista Leon Battista Alberti[18] per il quale: “il denaro è la radice di tutte le cose di cui risulta a tempo stesso esca e nutrimento”. E naturalmente tutti che ne hanno le possibilità desiderano in qualche modo illustrare, in maniera tangibile ed evidente, con le proprie opere quella certa diffusa idea dell’orgoglio umano, quella “dell’homo faber fortunae suae”. Tutti cercano di mostrare di essere adeguatamente dotati di quell’indefinibile sentimento della “virtus” - condensato di valore, abilità e capacità intrinseche e concetto difficile da esplicare – della quale il Machiavelli era convinto che entrasse almeno al 50% nella capacità dell’uomo di opporsi al Fato o al Destino. L’individuo che nei secoli bui, stretto tra la morsa del peccato/interdizioni e della punizione divina, era stato condizionato nella sua azione sulla terra, riscopre sé stesso e le sue possibilità. Il commercio e le attività economico finanziarie non sono più segno di perdizione ed il disporre di ricchezze non è più la scorciatoia per la dannazione eterna, ma anzi il possederne si trasforma ora in un segno della benevolenza di Dio, purché “il 10 % sie per Domeneddio”, come annotava scrupolosamente il Datini.

 

In conseguenza di questa diffusa volontà, non c’è dunque da stupirsi nel vedere Firenze glorificata dai suoi concittadini. Dalla lingua che vi si parla, all’ambiente che permea la società, dalla bellezza dei palazzi a quella della campagna che la circonda, ogni cosa è un pretesto per lodare la città. In questo gioco complesso gli artisti, al servizio dei potenti, da questi traggono la loro gloria. Ma sono gli artisti o i mecenati/potenti i veri conduttori del gioco? Gli uni e gli altri cercano entrambi la gloria; ma mentre i primi hanno bisogno di denaro, gli altri, che invece lo usano per fini politici o ideologici, hanno uno stretto bisogno di “cantori”. Si tratta pertanto di vero e proprio gioco di specchi, dove prende spunto l’idea di tempi nuovi, di un “Rinascimento” (“Il tempo ritorna” di Lorenzo il Magnifico) dai concetti non troppo ben definiti (proprio per il fatto che risultava estremamente difficile contemperare l’esigenza della riscoperta dei valori e degli ideali dell’uomo “pagano” con quelli del “cristiano”).

 

In effetti quello che costituirà poi ben presto uno degli aspetti principali della  fama di Firenze sarà appunto la sua passione per l’arte nel senso più ampio delle sue espressioni. Le favolose fortune accumulate servono per abbellire la città di palazzi e di monumenti. Gli ordini religiosi si installano nella città, costruendovi grandi basiliche e conventi. I Francescani edificano Santa Croce, i Domenicani Santa Maria Novella, i Benedettini costruiscono Santa Felicita, sulla riva sinistra dell’Arno, senza contare poi i monasteri, chiese, cappelle e cenacoli delle numerose comunità maschili e femminili. I patrizi diventano mecenati e le corporazioni dei mestieri e delle arti ricercano i migliori artisti e artigiani per onorare il loro santo patrono.

Tutti condividono gli stessi valori e gli stessi canoni estetici ed il Comune che è l’espressione tangibile del suo tessuto sociale trae il suo orgoglio anche dalle opere commissionate agli artisti più illustri. Il testo del decreto che stabilisce la costruzione della Cattedrale, nel 1294, rimane l’indicatore, fra i più significativi, di una chiara ideologia e rivelatore delle ambizioni della città del Giglio:

Atteso che concerne la sovrana prudenza di un popolo di illustri origini l’atto di procedere nei suoi affari in modo tale che attraverso le sue opere esteriori si possa riconoscere non solo la saggezza, ma anche la magnanimità della sua condotta, viene ordinato ad Arnolfo[19], maestro architetto del nostro comune,  di preparare il modello o il disegno della ristrutturazione di Santa Maria Reparata con la più grande e prodiga magnificenza, affinché l'industria e la potenza degli uomini non inventino né possano mai intraprendere qualcosa di più grande e di più bello”.

 

Il completamento dei lavori attraverso il Brunelleschi, ideatore ed architetto costruttore della cupola che sovrasta l’edificio, quasi un secolo e mezzo più tardi (1436), segna per Firenze un periodo di felicità. La città è al culmine della sua ricchezza e della sua potenza. Il comune medievale è diventato un vero stato con un vasto territorio acquisito attraverso conquiste militari (Pisa nel 1406) o per mezzo di acquisti (Arezzo nel 1384; Livorno nel 1421). Siena, la sua rivale di sempre, risulta, per contro, notevolmente indebolita dal fenomeno della grande peste e non ha più la forza di opporglisi validamente. L’attività economica di Firenze ha raggiunto ormai una scala europea e mediterranea. Mercanti e banchieri sono presenti su tutte le piazze commerciali più importanti e collegati alla città del giglio da una rete e da un sistema di corrieri che mette Londra e Bruges a 25 giorni, Parigi e Barcellona a venti giorni, allo stesso tempo in cui navi fiorentine partono da Pisa per la Sicilia, Alessandria d’Egitto, Rodi, Costantinopoli e l’Asia Minore.

Come non pensare dunque che in tutto questo splendore non vi sia la mano di Dio !! Di fatto Goro Dati[20] dice apertamente che “i Fiorentini meritano più delle altre genti”. Benedetto Dei ricorda anche che tutti i prodotti usciti da “Florentie bella” trovano acquirenti in ogni dove, dall’Italia alla Grecia ed alla Turchia. In questo caso la geografia politica mediterranea del 1400 dà una mano a Firenze per il fatto di trovarsi ben piazzata fra Oriente ed Occidente ed alimentando un mercato di generi di valore attraverso succursali nei porti più importanti. Anche la caduta di Costantinopoli nel 1453 non viene ad intaccare questo slancio e le relazioni commerciali diventano eccellenti anche con l’Impero Ottomano. La solidarietà cristiana non è certo l’aspetto più rilevante nelle questioni commerciali. La visita dell’ambasciatore della Sublime Porta a Firenze nel 1487, animerà a lungo le conversazioni dei salotti patrizi fiorentini. Ciò per il fatto che l’ambasciatore ed il suo corteo suscitarono una grande ammirazione in città per la sua prestanza, per i suoi cavalieri e le sue favorite e, non ultimo, per la magnificenza dei doni offerti (un magnifico leone simbolo della città ed una giraffa che, sebbene non abbia resistito a lungo al clima cittadino, è stata l’oggetto di numerose pitture e di disegni).

 

Per tutto il Quattrocento Firenze mantiene la sua preminenza nell’architettura. Infatti nella ricerca continua dell’abbellimento della città, il potere comunale, controllato dalle grandi famiglie, accorda nel 1489 una esenzione quarantennale dalle tasse a tutti quei proprietari che costruiscano nuove dimore nell’arco di tempo di 5 anni. Ma soprattutto si assiste sempre ad una incredibile effervescenza artistica.

 

Dopo le tavole di Giotto[21] e Cimabue[22] alla fine del 1200, le arti attraversano un periodico rinnovamento espressivo, funzione dello sguardo dei creativi sui destini dell’uomo e del suo rapporto con la divinità.

La prima metà del 1400 brilla del genio del Masaccio[23], specialmente negli affreschi della Cappella Brancaccio di S. Maria del Carmine ed attraverso la disperazione di Adamo ed Eva scacciati dal Paradiso Terrestre. Nello stesso tempo un frate domenicano, Frà Beato Angelico[24] riempie di luce le celle dei monaci di S. Marco. In un'altra logica espressiva Benozzo Gozzoli[25] celebra i Medici nel Corteo dei Re Magi del palazzo di Cosimo il Vecchio. Più tardi il Ghirlandaio[26] immortala la famiglia Tornabuoni nel coro di Santa Maria Novella o i coniugi Sassetti a Santa Felicita.

A queste rappresentazioni sacre o profane si aggiungono quelle che cercano nell’antichità il riferimento assoluto. In tale campo il capolavoro del David di Donatello[27] e più tardi le divinità pagane del Botticelli[28]. Al fine di rivaleggiare con Roma, Firenze, che possiede scarse vestigia antiche, si inventa una leggenda. Si dice infatti a partire dal 1400 che il Battistero di S. Giovanni, patrono della città, è stato edificato su un preesistente tempio di Marte e ne risuscitano un mosaico in modo da dimostrare ai Veneziani che in questa arte non sono da meno.

 

Il Rinascimento ed il ritorno all’antichità è altresì rivendicato dai letterati, che vedono in Firenze una nuova terra dell’Ellenismo. Segno di questa volontà è la stampa nel 1484 della versione integrale delle opere di Platone, coronamento di una relazione già antica con il mondo greco. Infatti Firenze, una cinquantina di anni prima (1439), aveva accolto – spostatovi da Ferrara - il Concilio per la riconciliazione fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, riunite per reagire alle minacce turche su Costantinopoli. L’Imperatore Giovanni 8° Paleologo[29], il Grande Patriarca Ortodosso Giuseppe[30] e varie decine di prelati (fra i quali Dionisio, Vescovo di Sardi, Bessarione di Nicea[31] e l’umanista Giorgio Gemisto Phleton o Pletone di Mystra[32], il raguseo Johannes de Staiis Stojkovic) contribuiranno a marcare la cultura fiorentina e non solo e molti di questi ritorneranno a Firenze dopo la conquista ottomana, arricchendo ancora di più del loro sapere gli umanisti toscani.

 

A poco a poco sotto la spinta di questa nuova cultura, “neoplatonica”, artisti e committenti vi ricercheranno una nuova ispirazione. In questo contesto pittori e scultori cercheranno nei loro lavori una difficile e forse impossibile sintesi fra la fede cristiana ed il sapere dell’antichità, chiave di lettura delle opere dell’epoca.

Ogni decennio vede apparire una nuova ondata di geni o di talenti. Anche se il gusto più condiviso dai contemporanei rimane quello delle rappresentazioni del ciclo dei Vangeli o della Leggenda Aurea[33] di Iacopo da Varagine. Questo è il caso della pittura di Neri di Bicci[34], oggi dimenticato dai grandi circuiti, che ricevette più commissioni di Crocefissi e di Annunciazione di tutti i suoi colleghi innovatori contemporanei messi insieme. Ma la gloria di Firenze, grazie all’opera di arditi ed audaci mecenati, è stata quella di aver permesso di esprimersi al meglio ai “rivoluzionari delle arti” del tempo. Dal Masaccio ad Andrea del Castagno[35], al Verrocchio[36], dai Della Robbia[37], al Michelangelo, al Pontormo[38].

 

Tuttavia all’inizio del 1500 arriva, come in tutto l’Occidente Mediterraneo, il momento della crisi. Crisi economica, segnata dal fallimento dei Medici, ma anche crisi politica, scatenata dalle ambizioni dei Francesi, che, con il Re Carlo 8°, iniziano le invasioni d’Italia. Ma soprattutto Firenze, sospinta dalla infuocata predicazione di Frà Gerolamo Savonarola[39], millenarista, visionario ed evocatore di terribili punizioni divine, viene colta da una profonda crisi spirituale.

Crisi importante che lascia tracce nel percorso artistico ed intellettuale del Botticelli, che ritorna alle immagini dell’iconografia medievale, come spossato di aver forzato il suo genio nel tentativo di comprendere l’essenza del “Neoplatonismo”. La Primavera infatti precede di qualche anno il ritorno al tema classico del presepe della Natività.

Ma non per questo si può parlare di declino. Sarebbe come affermare che in questo periodo di tempo incerto e burrascoso fosse sparita nei fiorentini la fede nel destino di Firenze. Lo stesso Savonarola considera che la salvezza della Cristianità passa attraverso la sua città d’adozione e dichiara, in un suo sermone del 28 dicembre 1494,  che: “E’ la volontà di Dio che tu, Firenze, viva nel bene !”

Gli artisti della nuova generazione sono altrettanto prodigiosi ed originali dei loro predecessori e si chiamano Raffaello[40], Michelangelo. Essi hanno nel 1500, rispettivamente 17 e 25 anni, mentre Leonardo da Vinci[41] ne ha già 48 !

E’ il tempo del nuovo orizzonte atlantico, che riguarderà anche Firenze. I marinai Amerigo Vespucci[42] e Giovanni da Verrazzano[43], anche se non navigano al servizio di Firenze, sono entrambi toscani. Dalla Biblioteca di Firenze, di cui era il Direttore, il Toscanelli[44], interrogava già i viaggiatori, per verificare le coordinate geografiche e corrispondeva con Lisbona e con Colombo al fine di diffondere l’idea di una via delle Indie. Numerosi sono anche i geografi ed i cartografi ed i sapienti fiorentini che attraverso le loro ricerche accompagnano le ambizioni europee sui nuovi mondi. Così Andrea Corsali[45], viaggiatore in Asia nel 1515, nel corso del 1517 si reca persino in Etiopia nel mitico “Regno del Prete Gianni” (un mito cresciuto al tempo delle Crociate).

La spinta propulsiva di Firenze rimane comunque intatta, così come le sue ambizioni. Queste vengono presto concretizzate, dopo il periodo del Savonarola e della Repubblica, dal rientro a Firenze del Duca Alessandro dei Medici[46], discendente di un ramo collaterale della grande famiglia e soprattutto dal Cosimo 1°[47], primo Granduca nel 1569. Ma questi destini auspicati non trovano più lo stesso contesto e lo stesso ambiente favorevole del secolo precedente. E’ arrivato il tempo della formazione degli Stati Nazione e la Toscana non è in grado di proporsi adeguatamente per federare l’Italia. Quello che rimane ancora vivo del suo ruolo artistico viene però ad esprimersi attraverso personaggi significativi che, però, sceglieranno Roma, Milano o la Francia come sede del loro lavoro. Per un artista come Cellini, orafo scultore, che rimane al servizio dei Medici, Michelangelo sceglie Roma, per trasformare in capolavori i sogni di Papa Giulio 2° e Leonardo da Vinci, dopo Milano, sceglierà la Francia di Francesco 1°, come sua stabile dimora.

 

Il declino

 

Sul cammino di un potere sempre più assoluto sotto la ferula (bacchetta) dei Medici, Firenze comincia ad esaurire le sue risorse. La situazione economica e geopolitica è ormai completamente mutata. Le vecchie correnti commerciali si sono praticamente esaurite ed i nuovi assi del commercio mondiale risultano spostati altrove e lontani dal Mediterraneo. Inoltre la dimensione degli stati ed il loro intrinseco fattore di potenza penalizzano la Toscana. Infine  l’affermazione di un forte centralismo monarchico in tutto il vecchio continente porta inevitabilmente a spegnere anche a Firenze la libertà individuale, la critica e con essa la forza dell’imprenditoria. L’orgoglio rimane intatto ma diventa col tempo una forma di furberia, così come si esprime e si concretizza nel programma iconografico del Vasari[48], teso a celebrare i nuovi sovrani sulle pareti del salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, oppure nel dipingerli in maestà sotto la volta del Duomo. Il popolo fiorentino che aveva rifiutato ogni forma di assolutismo e che si era spesso lacerato in lotte di fazioni dagli odi inestinguibili, si piega ora al nuovo regime, tanto più che con l’aiuto di Carlo 5°, Firenze riesce nel 1555 ad avere finalmente ragione dell’eterna rivale, Siena.

Quest’ultima conquista dà al Granduca le sue frontiere definitive che, però, non gli consentono di trasformare il Granducato in Regno, cosa che peraltro tutti gli altri sovrani d’Europa gli rifiutano. Nonostante ciò la dinastia assesta dei colpi prestigiosi, testimoniati dalle le sue strategie matrimoniali, che faranno di Caterina[49] e di Maria de’ Medici[50] due Regine di Francia

 

In mancanza di meglio e su un territorio, ormai divenuto modesto nel contesto europeo, Firenze si consola con una forma di autocelebrazione. La città si mostra talmente fiera di aver recuperato il corpo di Michelangelo, morto a Roma nel 1564 ed al quale dà una degna sepoltura in Santa Croce, tanto da non rendersi conto che con la morte, otto anni prima, del Pontormo era scomparso uno dei suoi ultimi geni della pittura.

 

Conclusioni

 

L’analisi sin qui condotta, pur non fornendo una risposta globale e definitiva al tema del lavoro, presenta comunque numerose indicazioni ed utili elementi di valutazione dai quali poter inferire delle valide considerazioni o desumere delle verità parziali. Ma forse è proprio il Vasari, nel suo lavoro sulle Vite ed in particolare nell’introduzione alla vita del Perugino, quello che fornisce la migliore sintesi delle risposte che cerchiamo circa mistero del destino di Firenze.

A Firenze gli uomini sono stimolati da tre cose: la prima è una critica esercitata dovunque e sempre, poiché l’ambiente vi rende gli spiriti naturalmente liberi, insoddisfatti …… ed inclini a giudicare in funzione della qualità e della bellezza.     La seconda è il fatto che bisogna essere industriosi se si vuole vivere bene a Firenze, vale a dire che bisogna impiegare sempre spirito e giudizio, essere accorti e rapidi in quello che si fa ed in fin dei conti saper guadagnare denaro…… La terza, che non è certamente la minore, è l’estremo desiderio di gloria e d’onori che permea l’ambiente e genera questo spirito in tutte le persone di tutte le professioni ….

E se un viaggiatore di oggi dovesse ricercare in una chiesa di Firenze una forma di sintesi dei concetti vasariani, questi si possono ritrovare nella Basilica di S. Spirito o in quella di Santa Maria Novella. Nella prima alcune grandi famiglie lasciano testimonianza di sé e si esprimono attraverso la costruzione delle cappelle laterali, fra le quali troviamo quella degli Iacopi della Consorteria dei Rossi, antichi e potenti Capi di Parte Guelfa. Nella seconda, esempio decisamente più significativo e completo, la fortuna e l’orgoglio delle grandi famiglie si rivela già a partire dalla facciata di questa chiesa, che celebra i Rucellai, committenti della costruzione all’Alberti nel 1456 (che servì di modello per l’architettura delle chiese del secolo seguente). La potente dinastia dei Tornabuoni, ramo dei “baroni” o dei “grandi” (ovvero rappresentanti di famiglie provenienti dall’antica aristocrazia terriera) Tornaquinci, sceglie per ricordarsi ai posteri il coro della chiesa, nel quale Domenico e Davide Ghirlandaio[51] li rappresenta spettatori e testimoni della vita della Vergine (dipinta dal 1486 al 1490). La potenza della creatività degli artisti che si sono succeduti nei secoli si scopre anche nel transetto sinistro nella Cappella Strozzi, dove degli affreschi del 1330 circa degli Orcagna[52], sono come una illustrazione di Dante, ma anche nella Santa Trinità della navata del Masaccio o nel crocifisso del Brunelleschi, gemello di quello del Donatello a Santa Croce. Per completare il quadro nella navata destra si incontra il cenotafio del Patriarca Giuseppe di Costantinopoli, morto a Firenze nel 1438 durante il famoso concilio, che rammenta a tutti i legami della città con l’Oriente.

Simbolicamente, nei chiostri annessi al complesso, si trovano gli affreschi di Andrea da Firenze[53] che nel 1367 celebra la Chiesa, e quindi Firenze, trionfante. Ci sono inoltre quelli di Paolo Uccello [54]che illustra nel 1430 le scene dell’Antico Testamento e che, col suo virtuosismo, lascia trasparire il senso della ricerca e della creazione artistica. Un anelito artistico da sempre legato alla storia di Firenze, dove aleggia da sempre la sfida sublime per ogni artista e che Leonardo sintetizzava nella frase “che il pittore non è degno di elogio se non è universale”.

 

Questo è in sintesi, se non il senso dell’interrogativo sul destino di Firenze, una sua possibile chiave di lettura. E’ infatti proprio nel culto della libertà individuale in una società ben strutturata, dell’operosità, della creatività, dell’innovazione, del desiderio generalizzato di gloria ed onori, della ricerca dell’armonia e della bellezza universali, che si incentra la forza di un messaggio che la città è, ancora oggi, in grado di trasmettere a chi, non con animo distratto, ne percorre le sue vie. Chi percorre le sue strade oggi percepisce e sente infatti che l’armonia dell’insieme è l’effetto non solamente di un popolo laborioso, industrioso, intraprendente ed inventivo ma anche frutto di una cultura nuova del sociale e di un sistema di governo che ha valorizzato e celebrato razionalmente la forza e la potenza dei suoi cittadini, attraverso l’arte, l’armonia ed il bello.

 

  

 

 

Bibliografia:

 

Alighieri Dante             La Divina Commedia

Ammirato                     Delle famiglie nobili fiorentine          Forni, 1969 Bologna

Brucker A.                    Fiorentine Politics and Society, 1300   Princeton 1972

Conti E., Guidotti A., Lunardi R.: La Civiltà fiorentina del Quattrocento, Vallecchi,  1993,  Firenze;

Chastel André              Storia dell’Arte;

Dati Goro                     Istoria di Firenze dal 1380 al 1405

Davidsohn                    Storia di Firenze vol. 4                        Sansoni , Firenze

Dei Benedetto              Cronaca Fiorentina

Iacopo da Varagine       Leggenda Aurea;

Le Molle R.                   Vasari, L’uomo dei Medici,                 Grasset, 1995, Parigi;

Origo Iris                     Il Mercante di Prato;

Piccardi Paolo                Cronologia di Firenze                         www.cronologia.it

        Rodolico S.               La Democrazia di Firenze al suo tramonto (1378 – 1382) Zanichelli,  Bologna 1905,

Salvemini G.                  Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295   FI 1899

Sapori A.                      La crisi delle compagnie mercantili dei Bardi e dei Peruzzi

                                                                                                       Firenze, 1936

Vasari  Andrea             Vite dei più eccellenti pittori, scultori architetti italiani

 

     

 


 

[1] L’originale sistema di autogoverno, basato su una diffusa libertà e su un’ampia e bilanciata partecipazione popolare, é stato di per sé una situazione straordinaria e rivoluzionaria per l’epoca

[2] Giovanni Boccaccio : (Certaldo in Valdelsa 1313 – 1375). Peota, autore del Decamerone (1349 -53).

[3] Filippo Brunelleschi, Firenze 1377 - 1446. Scultore architetto.

[4] Michelangelo di Lodovico  Buonarroti (Caprese Michelangelo 1465 -1564 Roma), Pittore, scultore.

[5] Benvenuto Cellini (Firenze 1500 - 71). Orafo scultore.

[6] Dante di Alighiero Alighieri (Firenze 1265 - 1321 Ravenna)

[7] Niccolò Machiavelli (Firenze 1469 - 1527), politico, scrittore, autore del Principe (1512)

[8] i Magnati o i Baroni la vecchia aristocrazia per intenderci, erano i ceppi familiari che possedevano feudi nei dintorni della città o nel contado (Tornaquinci, Guidi, Cattani, da Uzzano ecc). Questi in maggior parte furono costretti, con le buone o con le cattive, ad inurbarsi dalla potenza del Comune, nel reciproco fine di controllare ed essere controllati. Possedere un feudo o una proprietà era quindi segno di prestigio e di potere.

[9] Firenze nel 1418 - 92. Emissario della Compagnia Portinari percorse l'Oriente, i Balcani, l'Asia Minore, l'Europa occidentale e l'Africa settentrionale, Autore di una Cronaca (1402 – 79) di Firenze conservata presso l’Archivio di Stato. Viaggiatore, mercante, cronista e informatore politico, uomo scaltro e coraggioso che, attraversato il Sahara, si spinse fino a Timbuctù ( da lui ricordata come Tambettù)

[10]  Va infatti ricordato che nell’alto medioevo il percorso della via Cassia fu deviato da Siena verso Pisa e Lucca, perché la vecchia strada che passava per Fiesole e la Porretta e quindi per Firenze, si trovava, al tempo dei longobardi,  troppo vicna al corridoio bizantino e quindi poco in sicurezza.

[11] CORPORAZIONI DELLE ARTI.

Era legge che i cittadini di Firenze se volevano concorrere agli Uffici Pubblici ed alle cariche della Repubblica, dovevano esercitare manualmente alcuna delle Arti ed a quelle essere ascritti, assoggettandosi agli obblighi relativi, sotto pena di essere dichiarati dei Grandi e di avere l’esclusione dal Governo della Repubblica,

Le Arti nel loro nascere (1160) furono sette, dette Maggiori, poiché, infatti, erano le più importanti e le più ricche:

·         Arte dei Giudici e Notai;

·         Arte di Calimala (ossia mercanti di stoffe importate dalla Francia);

·         Arte del Cambio (banchieri e Cambiatori);

·         Arte della Lana (fabbricanti di stoffe di lana);

·         Arte della Seta (detta anche di Por Santa Maria, poiché in tale strada vi erano i loro fondachi);

·         Arte dei Medici, Speziali, Droghieri;

·         Arte dei Pellicciai e dei Vajai (conciatori di pelli di vajo, ermellino)

·          Nel 1293 la Repubblica, per contentare i desideri degli artigiani minori che non erano ascritti ad alcuna delle Arti Maggiori e che pure, esercitando un’arte, intendevano giustamente godere dei diritti spettanti alle Arti Maggiori, aderì a tale richiesta, creando quattordici nuove Arti dette Minori:

·         Beccai;

·         Calzolai;

·         Fabbri e Magnani;

·         Cuoiai e galigai;

·         Muratori e Scalpellini;

·         Vinattieri;

·         Fornai;

·         Oliangoli e Pizzicagnoli;

·         Linaioli;

·         Chiavaioli;

·         Corazzai e Spadai;

·         Correggiai e Sellai;

·         Legnaioli e Segatori;

·         Albergatori.

Anche queste Arti Minori avevano i loro Consoli, Sindaci e Giudici delle liti. Ciascuna Arte aveva il Capitano Gonfaloniere denominato così alla bandiera che custodiva presso di sé ed al tocco della campana dei Signori (detta la vacca) chiamante alle armi, egli doveva inalberare dinanzi alla propria dimora l’insegna dell’Arte sotto alla quale si raccoglievano i cittadini suoi iscritti.

Nel 1378, al tempo della famosa rivoluzione dei Ciompi, Michele di  Lando, il grande scardassiere, salito all’eminente carica di Gonfaloniere di Giustizia, per accontentare questi umili lavoratori chiamati  Ciompi, creò tre ulteriori nuove Arti Minori che furono:

·         Arte dei Ciompi (minuti artigiani della lana);

·         Arte dei Tintori  e Tessitori di drappi;

·         Arte dei Sarti e Farsettai

[12] Davidsohn, Storia di Firenze, vol. IV - 2, pagine 699 - 700

[13] Francesco di Marco Datini (Prato 1335 - 1410). Mercante, imprenditore, inventore della cambiale e della partita doppia

[14] Iris Cutting moglie del marchese Antonio Origo (Inghilterra 1902 - 1988 Foce in Val d’Orcia), scrittrice.

[15] Dalla “Storia Economica” del Fanfani: si traggono anche i seguenti elementi relativi al trend di crescita della popolazione di Firenze: fine secolo 11°, 25 - 30.000; metà secolo 12°,  40 - 45.000; fine secolo 12°, 70.000.

[16] evento che storicamente ha preceduto di diversi anni la nascita, nel 1266, dello Scudo d’oro di S. Luigi in Francia, che peraltro non ebbe una vera circolazione economica

[17] A seguito della peste e della guerra dei cent’anni, con il corollario di scorrerie delle compagnie di ventura, il mercato dei panni della Champagne entra in crisi profonda, dalla quale non si risolleverà

[18] Genova 1406 -  Roma 1472. Filosofo, architetto, musicista, pittore e scultore

[19] Arnolfo di Cambio (Colle Val d’Elsa 1240 - 1302 Firenze). Scultore, architetto.

[20] Autore di una Istoria di Firenze dal 1380 al 1405, dove vanta la discendenza romana di Firenze.

[21] Giotto di Bondone del Colle ( Vespignano di Vicchio 1267 - 1337 Firenze). Pittore

[22] Cenni di Pepo detto Cimabue (Firenze 1240 - 1302). Pittore.

[23] Mone Cassai detto Masaccio (S. Giovanni Valdarno 1401 - 1428 Roma). Pittore

[24] Guido di Pietro o Frà Giovanni da Fiesole detto Beato Angelico (Vicchio 1387 - 1455 Roma). Pittore.

[25] Benozzo di Lese (Firenze 1420 - 1497 Pistoia). Pittore

[26] Domenico di Tommaso Bigordi detto Ghirlandaio, fratello di Davide e Benedetto (FI 1449 - 1494). Pittore.

[27] Donato de’ Bardi detto Donatello (Firenze 1386 - 1466). Scultore, pittore

[28] Sandro Botticelli (Firenze 1445 - 1510). Pittore

[29] Imperatore di Bizanzio (1425 - 48).

[30] Nato nel Peloponneso, morto e sepolto a Firenze nel 1439.

[31] Giovanni Trapezunzio, monaco brasiliano (1403 - 1472 Roma). Metropolita di Nicea, Cardinale SRC. Filosofo

[32] Considerato dal Cardinal Bessarione come il più grande dei Greci dopo Plotino. Amico di Sigismondo Malatesta. Nato nel 1355, morto nel 1452 e sepolto nella Basilica Malatestiana a Rimini, dopo varie peripezie.

[33] Vite dei Santi del Vescovo Iacopo da Varazze, che ebbero una larga influenza sull’arte del medioevo

[34] Neri di Bicci di Lorenzo (Firenze 1419 - 91). Pittore, artigiano

[35] Nato a Castagno (FI) nel 1421. Muore nel 1457 a Firenze.  Pittore,

[36] Andrea di Cione detto il Verrocchio (Firenze 1435 - 1488 Venezia). Scultore.

[37] Andrea (Firenze 1434 - 1525); Luca (Firenze 1400? – 1482). Scultori, ceramisti.

[38] Jacopo Carucci detto Pontormo (Empoli 1494 - 1556 Firenze). Pittore, ritrattista.

[39] Ferrara 1452 - 1498 Firenze. Bruciato sul rogo come eretico.

[40] Raffaello Sanzio (Urbino 1483  - 1520 Roma). Anche se nato ala pittura a Perugia alla scuola del Perugino

[41] Vinci 1452 - 1519 Amboise. Pittore, scultore, scienziato, inventore.

[42] Firenze 1454 - 1512. Navigatore.

[43] (Greve in Chianti1485 - 1528 Antille). Navigatore.

[44] Paolo Dal Pozzo Toscanelli (Firenze 1397 - 1482). Matematico, astronomo, cosmografo.

[45] Monteboro di Empoli 1487 . Navigatore, scienziato.

[46] Alessandro di Lorenzo 2° (1510 - 1537).  1° Duca di Firenze

[47] Cosimo di Giovanni dalle Bande Nere (1519 - 1574), 1° Granduca di Firenze.

[48] Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - 1574 Firenze). Pittore, architetto, scrittore d’arte.

[49] Caterina di Lorenzo 2° de’ Medici (1519 - 1589).

[50] Maria di Francesco de’ Medici Granduca (Firenze 1573 - 1642 Colonia)

[51] Davide di Tommaso Bigordi, Ghirlandaio, fratello di Domenico (Firenze 1452 - 1525). Pittore, mosaicista.

[52] Andrea di Cione detto l’Orcagna (Firenze 1308 - 1368). Fratello di Nardo (circa 1343 - 66). Pittore, scultore, architetto.

[53] Firenze circa 1343 - 77. Pittore gotico.

[54] Paolo di Dono di Paolo detto Paolo Uccello (Pratovecchio 1397 - 1475 Firenze). Pittore. Detto Uccello per la sua passione di ritrarre gli animali.