Origini

 

A Firenze ed in Toscana, storicamente accertate, si possono individuare sostanzialmente tre famiglie con questo cognome, e cioè gli: 

IACOPI de' ROSSI, detti anche IACOPI D'OLTRARNO;

IACOPI de' TORNAQUINCI;

IACOPI de' VENERI, detti anche IACOPI di SANTA CROCE

La prima fiorente fra il 1200 ed il 1300 e le altre storicamente riscontrabili a partire dalla fine del 1300, inizi del 1400. Il catasto delle famiglie fiorentine del 1427 ci fornisce al riguardo un dato molto interessante. Infatti a tale epoca nella Città del Giglio esistevano solo tre famiglie con il cognome Iacopi.

Esistono in Italia altre famiglie con cognome Jacopi, Iacoppi o Iacobi, tutte di consistenza decisamente esigua. Insistenti tutte nell’area di diffusione degli Iacopi e quasi certamente derivate da uno dei rami degli Iacopi, attraverso modificazioni ortografiche avvenute nel corso degli anni. La prova può essere il fatto che esistono attualmente delle famiglie Iacopi della Lucchesia in stretto rapporto di parentela con degli Jacopi residenti a Bologna. Per quanto attiene agli Iacoppi, bisogna anche ricordare che nel 1300 gli Iacopi de' Rossi erano chiamati indifferentemente, in diversi documenti, anche Accoppi, Giacoppi o Iacoppi. Va inoltre soggiunto che gli Yacopi in Argentina derivano da un ramo degli Iacopi della Versilia che ha avuto una modificazione anagrafica nel periodo trascorso in Spagna e che gli Iacobi potrebbero derivare dalla antica e fiorente famiglia tedesca degli Jacobi, per modifica della J.

 

Qualche nota sulla nobiltà a Firenze.

A Firenze, città per eccellenza commerciale, la nobiltà cittadina ed il suo riconoscimento ufficiale seguono un percorso particolare, in quanto l’inizio della sua sistematizzazione definitiva, per certi aspetti arbitraria e criticata, risale al 1600 sotto il Governo del Granducato dei Medici. In effetti nella città del giglio, accanto alle famiglie magnatizie, inurbatesi o costrette ad inurbarsi dal potere del Comune cittadino, vanno annoverate una serie di famiglie che, per effetto delle loro attività commerciali raggiungono una certa agiatezza ed influenza locale, iniziando a partecipare, stabilmente o sporadicamente, alla gestione del potere della città. I membri di queste ultime, in particolare, tendevano a conseguire in un primo tempo la dignità di "Cavaliere o Miles", simbolo medievale stereotipato della condizione di nobile e quindi con la progressiva affermazione economica e sociale nell’ambito cittadino il titolo di “Dominus”, che poneva inequivocabilmente i loro detentori fra i maggiorenti della città. Nella pratica il titolo di Dominus costituiva un riconoscimento ufficiale del potere economico della famiglia e della loro influenza nel tessuto sociale cittadino ed, in termini pratici, Dominus, a quei tempi, stava a significare che il personaggio detentore del titolo poteva, per possibilità economiche, contribuire alla difesa della città, pagando, per la durata della campagna, almeno un cavallo da "cavallata", l’unita minima della cavalleria (collegata alla condizione di Miles) fiorentina.

Col progredire dello sviluppo del Comune di Firenze, al suo interno si vengono pertanto a costituire due precisi gruppi di potere, quello dei Magnati o dei Baroni e quello dei Popolani, la cui lotta per il sopravvento si conclude verso la fine del 1200 con la vittoria di quest’ultimi e l’esclusione dei Magnati dal potere della città (ovvero, in linea di massima, le grandi famiglie ghibelline e consolari). In ogni caso nel momento in cui si pone a Firenze il problema della definizione di un ceto nobile, gli unici criteri possibili per individuarlo rimanevano quelli di considerare nobile, per la storia passata della città, chi avesse avuto antenati che avessero ricoperto cariche consolari o le massime magistrature repubblicane. Alla fine, al tempo dei Medici si decide di riferirsi al solo criterio delle Magistrature della Repubblica (in specie modo quelle della Signoria), utilizzando, a tal fine, le compilazioni dei vari Prioristi, che avevano annotato, nel tempo, l’elenco dei vari personaggi eletti alle cariche cittadine.

Ecco dunque che sorge la necessità di realizzare un elenco (quanto più affidabile possibile, visto le differenze tra un Priorista ed un altro) degli individui delle famiglie che avevano esercitato uffici di rilievo durante il periodo repubblicano. La compilazione di una tale opera era vieppiù sentita, perché avrebbe costituito la base per le prove di nobiltà (provanze) per l’ammissione all’Ordine di S. Stefano di Toscana.

Detto incarico viene affidato a Bernardo Benvenuti, il quale doveva sulla base delle compilazioni dei vari Prioristi ufficiali o di eruditi, realizzati fino a quel momento, copiare e revisionare gli elenchi al fine di costruirne uno nuovo e definitivo. La fonte principale da utilizzare dal Benvenuti veniva indicata nel “Priorista fiorentino” di Francesco Segaloni del 1625 (Archivio di Stato di Firenze, ASF, Filza 226).

L’impresa affidata al Benvenuti risulta lunga e complessa tanto che, alla sua morte nel 1708, il lavoro viene proseguito da Lorenzo Maria Mariani, che completerà la sua attività con l’ultimo volume, stampato nel 1722.

Naturalmente il criterio scelto, come base del lavoro del Mariani, escludeva dal riconoscimento della nobiltà le famiglie magnatizie, che, per effetto degli Ordinamenti di Giustizia, erano state private del diritto di partecipare agli scrutini alla massime magistrature repubblicane ed escludeva anche le grandi famiglie ghibelline, come anche pure escludeva le famiglie consolari. In definitiva una scelta che veniva, di fatto a cancellare la storia fiorentina prima del 1281.

Nel 1737, dopo l’estinzione della dinastia medicea, sale al potere a Firenze la Dinastia dei Lotringen o dei Lorena.

Qualche tempo dopo, il granduca Francesco Stefano di Lorena, con la legge del 31 luglio 1750, emanata a Vienna e pubblicata a Firenze il 1° ottobre di quell'anno, provvede a disciplinare tutta la materia nobiliare e di cittadinanza di Firenze.

Di fatto, presso l'Archivio di Stato di Firenze (Leggi e bandi volume IV) é conservato il testo a stampa della "Legge per Regolamento della Nobiltà e Cittadinanza", pubblicato appunto a Firenze il 1° ottobre 1750 e l'annessa "Istruzione alli deputati sopra la descrizione della nobiltà del Granducato di Toscana".

Nel Volume 15° della stessa raccolta, in data 14 giugno 1793, si incontra la notificazione del fatto che, essendo stati condotti a termine i registri relativi, sono state anche stabilite le regole per il loro uso e aggiornamento. In effetti, con questa legge del 1750 vengono principalmente precisati i concetti di nobile e cittadino di Firenze. Essa, di fatto, stabilisce, "per levare ogni dubbio circa allo stato delle persone, e distinguere chiaramente tralli nostri fedeli sudditi li veri nobili", la prima vera definizione giuridica della nobiltà in Toscana: “Riconoschiamo - Nobil esser - tutti quelli che posseggono, o hanno posseduto feudi nobili, e tutti quei, che sono ammessi agli Ordini Nobili, o hanno ottenuto la Nobiltà per diplomi nostri o de' nostri antecessori, e finalmente la maggior parte di quei che hanno goduto, o sono habili a godere presentemente il primo, e più distinto onore delle Città Nobili loro Patrie". La legge, elaborata al termine di un vivo dibattito politico che, intorno ad Emanuele de Richecourt e di Pompeo Neri, avevano visto affrontarsi dal 1745 i principali protagonisti della Reggenza Lorena, se anche non creava una vera nobiltà Toscana ed a Firenze, ne modificava profondamente le base e le funzioni. La stessa legge istituiva due gruppo, o “classi”: i “nobili patrizi”, o il “Patriziato”, che raggruppava le famiglie che potevano provare la continuità della loro nobiltà da almeno duecento anni ed i semplici “Nobili”. In tale contesto essa rispettava la lunga tradizione della Firenze repubblicana, aggiuntole due secoli di governo principesco o monarchico. Se il nobile fiorentino rimaneva innanzitutto l’erede di una famiglia, il cui antenato aveva ricoperto, prima della Riforma del 1532, la carica di Priore, esso poteva anche discendere da beneficiario di una decisione granducale, come la nomina al Senato dei 48, l’attribuzione di un titolo di nobiltà o l’autorizzazione a fondare una Commenda dell’Ordine di S. Stefano. Ma, nella pratica, la legge introduceva anche una doppia rottura. Da un lato, senza dubbio l’aspetto principale, la nobiltà diventava ormai una prerogativa esclusiva del principe: "L'acquisto della Nobiltà per tutti i tempi avvenire dependerà dal supremo volere nostro, e de' Nostri successori Gran-Duchi [...]. Cosicché qualunque volta piacerà a noi, ed ai nostri successori decorare alcuna persona della Nobiltà, dovrà il nostro Segretario di Stato subito speditone il diploma, farlo registrare nel Libro vegliante de' Privilegi." Dall’altro, la nobiltà non costituiva più un insieme sfumato, ben conosciuto dai contemporanei - che a diverse riprese essi avevano stilato ufficiosamente delle liste - e soprattutto mal definito ai margini. La legge, in effetti, organizzava una “pubblica descrizione” della nobiltà attraverso una “Deputazione della nobiltà”, che doveva redigere dei “registri originali del patrimonio della nobiltà”, diventati rapidamente i "Libri d'Oro del granducato di Toscana".

Questi registri venivano a costituire, ormai, l’unica prova della nobiltà delle famiglie, poiché "tutti gli altri nostri fedeli sudditi non descritti in questi registri dichiariamo non essere, ne doversi reputare Nobili, non ostante qualsivoglia Sentenza, Privilegio, Godimento d'Onore, e consuetudine, che si pretendesse allegare" .

In definitiva per la prima volta, la “nobiltà” fiorentina, diventava un gruppo legittimo, definito e descritto, in effetti, attraverso la totalità delle sue famiglie piuttosto che dei suoi membri.

Il 6 dicembre 1756, ovvero 12 giorni dopo la pubblicazione della notificazione fino al settembre 1752, 414 capi di famiglie nobili di Firenze depongono le prove e pagano la tassa di 7 lire prevista dalla Deputazione; 378 di queste (ovvero il 93%) lo faranno poco prima del termine legale del 31 dicembre 1751, senza tuttavia affrettarsi a compiere tale obbligazione. Che i nobili fiorentini abbiano espresso qualche reticenza a riguardo è ampiamente provato dal fatto che solo 86 tasse (21% del totale) vengono riscosse nel corso del mese di dicembre 1751 e che 51 di queste sono state pagate negli ultimi tre giorni dello stesso mese.

Negli anni 1750-52, 267 famiglie vengono iscritte nel Libro d’Oro di Firenze nella classe del Patriziato, per quelle di antica origine ed in quella della Nobiltà per le famiglie più moderne. Per le famiglie antiche, la prova di nobiltà è più spesso costituita dalla prima nomina a Priore delle Arti, nel periodo repubblicano, fatto che contribuisce a sollevare non poche difficoltà: in effetti le istituzioni anteriori agli “Ordinamenti di Giustizia” non vengono prese in considerazione; in tal modo le famiglie dei Magnati, che sono state cacciate da Firenze alla fine del 13° secolo e nel corso del 14°  e che - come è stato recentemente dimostrato dallo studio di C. Klapisch Zuber - sono state reintegrate di fatto, nella quasi totalità e al più tardi nel corso del 15° secolo, rischiano di essere sottovalutate o vedersi attribuita una nobiltà molto più recente (22 nel caso specifico). Questo fatto di non aver considerato la partecipazione al potere comunale come unico criterio di appartenenza alle aristocrazie urbane, è stato criticato già sin dal 16° secolo anche dallo storico Vincenzo Borghini. Malgrado tutto, il Libro d’Oro e la sua versione di anzianità ridotta della nobiltà fiorentina descrive un gruppo sociale radicato in un passato lontano, che non è stato toccato, nel corso dei secoli, da una profonda mobilità sociale.

In definitiva, per usare le parole di Jean Boutier (Una nobiltà urbana. Aspetti della morfologia sociale della nobiltà fiorentina), “Questa legge non solo non sanava i difetti della "legge medicea", ma anzi la peggiorava, legando l'appartenenza alla nobiltà anche a criteri patrimoniali: chi era sotto una certa soglia patrimoniale non poteva appartenere alla nobiltà, qualunque fossero i meriti dei suoi antenati”. Tutto questo spinge Giuseppe Maria Mecatti (Storia genealogica della nobiltà e cittadinanza di Firenze) “Lo stampatore a chi legge

Perché, in vigore di una certa Legge promulgata, che non e' gran tempo in Firenze, in cui si dispone della Nobiltà, e Cittadinanza Fiorentina, e si conchiude, che non saranno ammessi alla Cittadinanza, se non coloro, i quali avranno dieci fiorini a decima; e resteranno per grazia speciale nella borsa de' Cittadini coloro, i quali saranno antichi, ma che avranno al presente sei fiorini a decima; e coloro i quali non avranno questi sei fiorini non ostante la loro antichità, ed i loro fin ad ora goduti onori, saranno cavati fuori da dette borse, e saranno accomunati colla plebe, e col volgo; e si danno anche varie altre Leggi per dividere in due classi la Nobiltà: Perché (dico) in vigore di questa Legge può addivenire che molte casa Nobili e Cittadinesche per mancanza di beni di fortuna, o non lo siano più, o non lo siano in quel grado, che veramente loro competeva, mediante la loro vera Nobiltà e antichità, onde coll'andare del tempo, promulgata, che sia questa nuova legge si sperdano di loro memorie; un certo Nazionale Fiorentino mio Amico, temendo, che non sia per accadergli un tale infortunio; perché fornito di beni di fortuna ei non é troppo; credendo di far beneficio ad altri suoi Nazionali, i quali si troveranno forse nel medesimo caso di lui; avendo presso di se varie notizie Istoriche Genealogiche, tanto edite, che inedite, me le ha partecipate; e parendomi queste buone, perché rimanga alla memoria della posterità il grado, e condizione di tutte le Famiglie, alle quali prima che detta Legge fosse eseguita, niuno ha mai potuto contrastare la loro Nobiltà, e Civiltà, la quale per difetto di facoltà, e di sostanze pare strano, che ora abbiano da perdere; le ho volute dare alla luce colle mie stampe. In virtù adunque delle medesime apparisce chi siano veramente, e realmente i più, o i meno Nobili, e in che tempo, e in che maniera ei siano Nobili addivenuti.

Così potranno consolarsi quelle famiglie le quali si vedranno notate in questo Priorista, se decadute sono presentemente, e mancanti di beni di fortuna; mentre che tutto il Mondo farà loro giustizia, che benché povere; sono però nobili e antiche, e in conseguenza degne di tutta la considerazione; non essendo al parere dei più savi le sole ricchezze quelle, che costituiscono le Famiglie nobili, e grandi.

Secondo l’elenco compilato dal Mariani (1722) erano nobili :

Acciajuoli, Alamanni, Albergotti, Alberti, Albizzi, Aldana, Aldobrandini, Alessandri, Almeni, Altoviti, Ambra, Ambrogi, Dell'Ancisa, Andreini, Anforti, Ansaldi, Anselmi, Antinori, Arrighi, Arrighetti, Asini, Assirelli, Astudilo, Attavanti, Alessandri Cilibi, Da Bagnano, Bagnesi, Bandinelli, Bardi, Bardelli, Barducci, Baroncini, Bartoli Agorai, Bartoli Filippi, Bartolini Salimbeni, Bartolini Baldelli, Bartolommei, Del Beccuto, Del Bene, Del Benino ,Benedetti, Benricevuti, Bentivogli, Benvenuti, Betti, Berardi, Biffoli, Biliotti, Bini, Bocchineri, Bonsi, Bonsi, Succhielli, Del Borgo, Borghi, Borgherini, Borboni del Monte, Bracci, Bruni, Brunaccini, Bucetti, Buini, Buondelmonti, Buonguglielmi, Buonaccorsi, Buonaccorsi Pinadori, Buonarruoti, Buonaventuri, Buontalenti, Berardesca, Del Caccia, Caccini, Cambi, Cambi del Bali, Caniggiani, Cantucci, Capitani, Capponi, Carcherelli, Carducci, Carlini, Carnesecchi, Castelli, Castellani, Da Castiglione, Cattani, Cavalcanti, Cecchini, Cecchini per Lion d'oro, Ceffini, Da Cepperello, Cerbini Buonaccorsi, Cerchi, Cerretani, Cicciaporci, Del Chiaro, Chiavacci, Cocchi Donati, Comi, Cini, Compagni, Comparini, Coppoli, Corbinelli, Corboli, Corsi, Corsini, Cortigiani, Covoni, Dati (Bencivenni, Capirossi), Davanzati, Dazzi, Dini, Dondori, Doni, Durazzini, D'Elci, Fabbrini, Falcucci, Falconieri, Fantoni Angiolotti (Giotti, Del Pace), Fedini, Federighi, Feroni, Fiaschi, Da Filicaja, Fiorini, Firidolfi da Panzano, Forti, Forzoni Accolti, Franceschi, Fabbreschi; Frescobaldi, Gabburri, Gaddi, Gaetani, Galilei, Galli, Ganucci, Del Garbo, Gatteschi, Geppi, Gerini, Gherardi, Gherardini di Pistoia, Gherardini (Nipotececi), Della Gherardesca, Giacomini, Gianni, Gianfigliazz, Ginori, Giraldi, Girolami, Giugni, Giunti, Modesti, Gondi, Gori (Ciampelli), Grazzini, Grifoni, Guadagni, Guasconi, Guerrini, Guicciardini, Guidarrighi, Guidetti, Guiducci, Guasconti, Incontri, Landi, Lanfredini, Lancieri, Lapi, Larioni, Lenzoni, Libri, Lippi, Lorini, Lorenzi, Lupicini, Lucattini, Machiavelli, Macinghi, Macciagnini, Del Maestro, Malaspini, Malegonnelle, Mancini, Manetti, Mannelli, Marchi, Marsili, Marsuppini, Martelli, Martellini del Falcone, Martellini della Cervia, Marmi, Martini, Martini di Guccio, Marucelli, Marzichi, Marzimedici (Marzi), Marchionni, Masetti, Mazzei, Mazzinghi, Medici, Da Meleto, Mendes, Mercati, Miccieri, Michelozzi ,Milanesi, Minerbetti, Mini, Migliorucci, Miniati, Da Montauto, De conti di Montauto, Montalvi, Montemagni, Morelli, Del Monte, Mori Ubaldini, (Aldobrandinelli), Mozzi, Del Mazza, Naldini, Nardi Pieruzzi, Narvaez Saavedra, Nelli, Del Nente, Nerli, Neri, Neretti, Neroni, Del Nero, Niccolini, Nobili, Nomi, Orlandi, Orlandini, Paganelli, Palmieri, Panciatichi, Pandolfini, Panichi, Panzanini, Paolini, Pasquali, Passerini, Pazzi, Papi, Pecori, Pelli, Pepi, Peruzzi, Pitti, Pollini, Popoleschi, Portigiani, Portinari, Poltri, Pucci, del Pugliese, Pierucci, Quaratesi, Da Rabatta, Rassinelli, Della Rena, Della Rena di Messer Pace, Ricasoli, Riccardi, Ricci, Del Riccio, Ricciardi, Ridolfi di piazza, Ridolfi di ponte, Rigogli, Rilli, Rimbotti, Rinaldi, Rinuccini, Risaliti, Roffia, Da Romena, Ronconi, Rondinelli, Rossi, Rossi da Bergamo, Del Rosso, Del Rosso viajai, Rosselli, Rucellai, Ruoti, Da Ruota, Ruspoli, Sacchetti, Sacchettini, Salvatici, Salviati, Salvini, Samminiati, Sassi, Scalandroni, Scarlatti, Schiateschi, Segni, Del Sera, Serristori, Serzelli, Sesti, Settimanni, Signorini, Seminetti, Sirigatti, Soderini, Soldani Benzi, Da Sommaja, Spigliati, Spinafalconi, Spinelli, di Spinello, Stendardi, Stiozzi, Strozzi, Suares, Taddei, Talenti, Tamburini, Tebaldi, Tempi, Teri, Ticci, Tolomei, Tornaquinci, Torrigiani, Del Tovaglia, Tucci, Del Turco, Ubaldini, Vecchietti, Venturi, Vernacci, Del Vernaccia, Verrazzano, Vespucci, Vettori, Ughi, Ugolini, Uguccioni, Vieri, Del Vigna, Vitelli, Viviani, Usimbardi, Ximenes, Zati, Zefferini . A questi il Mecatti aggiunge gli: Adami, Adimari, Ardinghelli, Baldigiani, Bargigli, Giovagnuoli, Guidi, Masi, Mormorai, Neri di Pompeo, Pappagalli, Salvatici, Tanucci, Velluti, Ulivi.

Soggiungendo altresì che: “Tutta questa é la serie delle Famiglie, che hanno avuto Governo nella Repubblica Fiorentina; alcune delle quali sono montate in nobiltà, ed altre sono venute in decadenza, come avviene di tutte le cose caduche e mortali. Ma chi però può provare d'essere d'alcuna di dette soprannominate Famiglie, non vi e' dubbio che nobile può riputarsi, mentre ché, presso dei suoi Antenati é stato finalmente il governo della Repubblica. Ne' la povertà in cui possa taluno esser decaduto gli può contrastare un tale onore, essendo le ricchezze beni della fortuna, e del caso, e la povertà un male, che partorisce la disgrazia; onde chi soffre la povertà non ci ha colpa propria il più delle volte; essendoché a questa le forze umane difficilmente possono riparare”.

In definitiva questa è la regola di base, imposta a posteriori, della nobiltà fiorentina, ma negli elenchi sopradetti mancano comunque tutte le famiglie, che pur possedendone i titoli nel 1752, o erano emigrate da Firenze o non disponevano più, all’epoca, dei requisiti economici necessari per essere dichiarati “Nobili” secondo tale legge.