Consorteria De' Tornaquinci

Iacopi de' Tornaquinci  -  Medici de' Tornaquinci  -  Popoleschi - Marabottini - Giachinotti - Tornabuoni - Cardinali - Pellegrini

 

IACOPI DE' TORNAQUINCI

 

L'origine di quest'altra famiglia IACOPI di Firenze risale al 19 febbraio 1379, per iniziativa del "Grande o Magnate" SANDRO di SIMONE di TIERI de' TORNAQUINCI, che nell’ottobre 1361 aveva effettuato una ambasciata in Val di Nievole per la Balia. (Marchionne di Coppo Stefani, Cronaca Fiorentina, a cura di N: Rodolico, vol 30°. Lapi, Città di Castello, 1903). La possibilità di intraprendere tale strada gli viene appunto fornita dalla promulgazione della Provvisione dei Consigli Maggiori di Firenze, datata 11 agosto 1361, che regolamentava i passaggi e le trasformazioni di “status” delle famiglie (“In Christi nomine amen. Anno incarnationis eiusdem millesimo trecentesimo sexagesimo primo, indictione quintadecima, die undecima mensis Augusti. Consilio domini Capitanei et populi Fiorentini mandato nobiliorum e potentum virorum dominorum priorum artium … more solito  congregato” viene stabilito che “… omnes et singuli illi de civitate seu comitatu Florentie qui dum essent seu erant de numeros magnatum et potentum civitatis predicte fuerunt seu erunt in futurum assecuti beneficia popolaritatis seu popularem civitatis ejusdem remanentibus eorum coniunctis per lineam masculinam … “ASF, Consigli Maggiori, Provvisioni, Registri, 49, c, 1r). Sandro di Simone, approfittando di questa legge, che consentiva ai "Grandi" di acquisire lo stato popolare e di rientrare quindi negli ingranaggi del potere da cui erano stati esclusi, modifica il proprio cognome e stemma, abbandonando la "Consorteria" della propria Casata, i TORNAQUINCI, al fine di presentarsi come entità dinastica distinta dal ceppo originale. Alla pagina 72 del libro di Vincenzo Borghini:

 

"Del modo di fare le genealogie delle famiglie fiorentine", stampato a Firenze nel 1821, si legge quanto segue sotto la voce "TORNAQUINCI": 

"DIE 19 FEBRUARII 1379. NOBILIS VIR  SANDER  QUONDAM SIMONIS DE TORNAQUINCIS ELEGII SIBI PRO NOVIS ARMIS: SCUTUM CUM CAMPO AUREO, SIVE GIALLO, ET IN MEDIO DICTI SCUTI UNUM GIRUM ROTUNDUM PARVUM CUM CAMPO ALBO, ET CRUCE RUBEA, ET CIRCUM CIRCA, DICTI ROTUNDUM PRIMO DE NIGRO, ET POSTEA DE  VIRIDI, ET VELLE SE, ET SUOS,  VOCARI DE   I A C O P I S   DE   FLORENTIA”

 

E’ opportuno, a questo punto, fornire qualche ragguaglio sulla scelta del cognome e sull'Arma adottata dal suo capostipite SANDRO di SIMONE di TIERI.

 

Innanzitutto, perché scegliere un cognome come quello di IACOPI, mentre altri rami della casata, hanno modificato il nome originario (Tornabuoni), o hanno manifestato l'adesione al ceto popolare (Popoleschi), oppure hanno ricordato di essere stati oggetto di violenza politica (Pellegrini), o hanno evidenziato con una conchiglia nello stemma la predetta condizione (Giachinotti) ?

Sandro di Simone, infatti, nell'assumere uno stemma praticamente identico, a meno della bordura, da quello dei Marabottini, dal momento che è obbligato dalla situazione politica e dalle leggi in vigore a cambiare cognome, decide di assumere proprio quello degli IACOPI, un cognome praticamente scomparso dal panorama cittadino, ma un cognome famoso ed importante nella memoria dei fiorentini, suscitatore di forti ed importanti ricordi legati alla gloriosa tradizione dei capi della Parte Guelfa della città. Ma, secondo l’anonimo commentatore di “Memorie di storia fiorentina” del Codice Barberiniano Latino 5002-4, esiste anche un’altra ipotesi per l’origine del  cognome IACOPI, a suo dire derivato da un loro antenato di nome JACOPO de’ Tornaquinci.

Per di più, il ramo di Sandro è quello che, dopo i Popoleschi, evidenzia di meno nello stemma la derivazione dai Tornaquinci (colori oro e verde), mantenendo si l'oro come base, ma riducendo il verde ad un sola armilla, come a voler sottolineare, oltre che con il cognome, una certa presa di distanze dalla propria Consorteria.

Di fatto, dall'esame di tutti gli stemmi riportati all'inizio di questo lavoro e riferentisi agli IACOPI, si può notare la presenza a fattor comune, quasi generalizzata, dei colori dei Tornaquinci (verde e oro) e del simbolo "Palla d'argento caricata di una croce piena di rosso" posta invariabilmente in abisso (al centro) dello scudo.

Questo simbolo araldico, già riscontrato in comune negli emblemi degli altri rami dei Tornaquinci, è tipico dei blasoni fiorentini ed ha sempre avuto nel corso della storia della città del giglio un significato ben preciso.

Innanzitutto la figura araldica, nel suo complesso, viene normalmente denominata o indicata come "Arma del Popolo di Firenze" quando la stessa è inserita in uno scudetto, oppure "Croce del Popolo di Firenze" quando la stessa ha per base una palla d'argento.

Questo simbolo, oltre ad indicare chiaramente la condizione di cittadini di Firenze, evidenzia anche, fra i diversi "ceti" della città, l'appartenenza a quello "popolare". Questi motivi spiegano, infatti, perché molte famiglie fiorentine, nell'assumere la condizione popolare o nell'acquisire la cittadinanza fiorentina, lo adottassero nelle loro Armi (gli Agolanti, i Biliotti, i Buondelmonti, i Cambi, i Cardinali, i Cerchi, i Cavalcanti, i Cattani di Diacceto, i Dietaiuti, i de' Medici, i Fabroni, i Fabroni Pelli, i Formigli, i Gherucci, i Goggi, i Lotteringhi della Stufa, i da Magnale, i Marabottini, i Panciatichi, i Pellegrini, i Pieri, i Sassi della Tosa, i Savini, i Tornabuoni, gli Ubaldini, i Bongianni di Arezzo, i Gabrielli, ecc.) (9).

Non va però dimenticato che questo simbolo, già dal 1200, era anche usato come marchio, insieme al giglio, delle Compagnie commerciali fiorentine. E' possibile, pertanto, che SANDRO di SIMONE abbia inserita questa figura araldica nella sua Arma, oltre che per evidenziare l'appartenenza ceto popolare, anche per il fatto che con ogni probabilità esercitava la "mercatura".

Un altro motivo per l'inserimento della "Croce del Popolo" nel blasone può essere forse ricercato nel fatto che la famiglia era iscritta ad una delle Arti e quasi certamente molti dei suoi membri erano iscritti all’Arte di Calmala che aveva proprio come simbolo una croce rossa in campo d’argento. A puro titolo di curiosità si soggiunge anche che, nel 1343, dopo la cacciata da Firenze del Duca d'Atene, Gualtieri di Brienne, la città fu suddivisa in 4 quartieri e tale simbolo viene attribuito al Rione di Santa Croce, che aveva appunto per emblema una "Croce rossa in campo d'argento".

 

Riguardo ai due cerchi intorno alla "Croce del popolo" la cosa può essere spiegata con il fatto che quasi certamente molti dei rami della casata magnatizia dei Tornaquinci ed, in particolare quello di SANDRO, erano iscritti negli elenchi delle Arti della Lana o della Seta. Nell'araldica fiorentina, infatti, i cerchi concentrici (o armille), fino ad un numero di tre, stavano a significare "matasse di lana o di seta" (Di Crollalanza e Guelfi - Camajani: nelle loro rispettive opere) e fra le famiglie fiorentine che adottarono questa figura araldica possiamo ricordare quelle degli Albizzi, degli Erbolotti, dei Lanfredini, dei Badessa, dei Ghesi, ecc..

Infine, riguardo l'elmo, descritto in precedenza, si può concludere, secondo i testi specializzati, che esso è attribuibile a famiglie di antica origine e nobiltà della Toscana, il che per gli IACOPI è ampiamente dimostrabile.

Tutti gli IACOPI, infatti proprio per aver partecipato alle magistrature cittadine, figurano "Nobili di Firenze" in un manoscritto del 1438 (vol. 1735, pag. 54: volume 1154, pag. 1203 ; vol. 1152, pag. 417; vol. 1153, pag. 1015), mentre, per gli Iacopi discendenti dalla famiglia dei Tornaquinci, può essere attribuito anche il titolo di Nobili de' Baroni Tornaquinci, perché derivati da una famiglia di “Magnati”.

 

Per quanto riguarda i significati dei simboli araldici, in quanto tali, possiamo aggiungere che:

gli Svolazzi o Lambrecchini intorno all'elmo, in genere dello stesso colore degli smalti dello scudo, rappresentano le bende colorate che il cavaliere metteva intorno all'elmo per ripararsi dal sole;

l'oro degli smalti era simbolo di potenza;

l'azzurro era segno di grandezza d'animo;

la palla era simbolo della ruota dell'incostanza della vita;

la croce, era simbolo della Chiesa, dei Crociati e quindi dei Guelfi;

le Armille o cerchi rappresentavano matasse, simbolo dei lanaioli o setaioli.

 

Un'altra interpretazione di tipo escatologico potrebbe essere la seguente:

Nel campo d'oro della gloria e della tradizione familiare, due cerchi, che richiamano l'attività esplicata, con i colori della speranza (verde) e dell'ineluttabilità della morte (nero), intorno alla "Croce del Popolo di Firenze", palla che simbolizza l'incostanza della fortuna nella vita (caducità delle cose umane) e croce di rosso che allude al sacrificio, alla purificazione ed alla fede nella redenzione (argento della palla).

 

Le vicende genealogiche di IACOPI sono state alquanto tormentate: se, infatti, il Priorista Mariani ha individuato nelle suddetta famiglia, una delle cellule dinastiche staccatesi dal ceppo dei Tornaquinci, la sua ricostruzione ha subito parziali revisioni, sia da parte di un anonimo glossatore del lavoro di Piero Monaldi, sia dal più attendibile Vincenzo Borghini. L’ignoto commentatore del Monaldi afferma infatti: “Alcuni hanno detto che gli IACOPI et i PELLEGRINI, son consorti de’ Tornaquinci, ma ora non si ritiene per vero, …. “. In ogni caso l’origine di questa Casata è confermata nelle loro opere, sia dal Dizionario Storico Blasonico del Crollalanza (Vol. 1°, pag. 528), sia dal Rietstap (Armorial General, Van Goor Zonen, Gouda 1888, pag. 1029). La seconda metà del 1300 fu certamente un periodo molto duro per il ceto magnatizio fiorentino che, reduce dalle fallite rivolte dei Baroni (1340) e dei Magnati (dopo 1350), era ormai ridotto all'impotenza e nettamente sovrastato dal ceto popolare. Questa situazione, ulteriormente aggravata dal Tumulto dei Ciompi (24 giugno 1378), determinò lo sfaldamento delle vecchie "Consorterie Magnatizie" dando origine a numerose nuove famiglie che, abbracciando la causa popolare, tramite la già citata legge del 1361, potevano in qualche modo “salvare il salvabile”. E' questo il caso degli IACOPI de' Rossi, le cui vicende dei quali abbiamo già visto in precedenza (Casato dei Rosolesi): è questo il caso dei Bardi, i quali diedero origine agli Ilarioni ed ai Gualtierotti; è il caso dei Tebaldini di cui un ramo si chiamò de' Raineri; il caso degli Squarcialupi, dei quali alcuni rami si chiamarono de' Bernardoni e de' Fipopoli; è questo anche il caso, infine, della casata dei TORNAQUINCI, che per necessità di sopravvivenza, furono costretti a nascondersi sotto altri cognomi. Numerosi rami assunsero i cognomi di CARDINALI, PELLEGRINI, GIACHINOTTI, MARABOTTINI, TORNABUONI, POPOLESCHI, oltre a quello già accennato di IACOPI (vds. Allegato).

La scelta di nuove denominazioni onomastiche si ispirava a molteplici criteri; il riferimento ai nomi degli avi come nei casi, tra gli altri, dei Gherardi o dei Donati, il richiamo alla professione della famiglia o agli strumenti che ne costituivano l’essenza (ed es. i Martelli, i Rucellai o i Della Robbia), all’area geografica di provenienza (i Montericordoli e gli Squarcialupi), agli ideali politici di cui si desiderava essere espressioni (Liberali, Cortigiani, Buonantichi e Popoleschi).

Va però notato che, passata la bufera iniziale, alcuni rami che, in precedenza avevano cambiato cognome per ragioni di opportunità, riassunsero la vecchia denominazione ed arma dei Tornaquinci. Questo sembrerebbe essere stato anche il caso degli IACOPI de’ Tornaquinci, fatto dimostrato dal catasto fiorentino del 1427, che non evidenzia nessun discendente di questa famiglia ed anche dallo storico Ademollo (Marietta de’ Ricci, Firenze 1845). Nella pratica, la realtà dei fatti e molti altri autori confermano ampiamente questa ipotesi, anche dal momento che, oltre agli IACOPI de' Rossi ed agli IACOPI o IACOBI de' VENERI, (estinti nel ramo principale a Firenze nel 17° secolo o emigrati dalla città del Giglio fra il 15° ed il 16° secolo in altre località ed in Lucchesia), non sono mai esistite a Firenze altre famiglie IACOPI oltre a quelle menzionate. E’ pertanto probabile che dopo la normalizzazione della vita politica fiorentina del 1382 gli Iacopi de’ Tornaquinci abbiano semplicemente riassunto l’antico cognome de’ Tornaquinci rientrando nel seno della loro consorteria. In ogni caso sull’origine degli IACOPI de’ Tornaquinci ci vengono fornite notizie più precise anche dal codice Barberiniano Latino 5002-4, “Memoria per la storia fiorentina”, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana; l’anonimo commentatore di memorie fiorentine ci ha tramandato con dovizia di particolari, le fasi iniziali di esistenza del casato, pur concordando con le altre ricostruzioni genealogiche in relazione alla precoce estinzione delle famiglie in questione o al loro ritorno ai Tornaquinci. “Sandro di Simone Tornaquinci … prese cognome delli JACOPI forse per il nome di messer JACOPO de’ Tornaquinci, antico antenato e prese per arme, scudo con campo d’oro e nel mezzo un giro bianco ed un arme (?) rossa ed intorno al giro bianco prima di nero e poi di verde … e dovette finire in lui tal casa, overo tornò a dirsi de’ Tornaquinci antichi, perché non si trova né di Priori né altro di loro”.

 

 

Prima di esaminare le vicende degli altri IACOPI fiorentini pare opportuno dare qualche cenno storico sul loro ceppo d'origine i TORNAQUINCI e su gli altri rami da esso derivati.

A tal fine ci si avvale anche delle notizie desunte dal Libro del già citato Ademollo.

 

Secondo il Verino la potentissima famiglia dei Tornaquinci deriva da Roma. La sua origine si perde nei tempi ma, tralasciando le probabili leggende sull'origine, sappiamo per certo che in Firenze aveva vasti possessi e che era proprietaria di vasti terreni lungo la riva dell'Arno, sul quale ebbe dall'Imperatore Ottone 1° il privilegio di fare delle pescaie. Abbiamo precedentemente sottolineato, nel passo tratto dal libro del Malespini, che i Tornaquinci, come d’altronde i Cavalcanti ed i Cerchi, erano "mercatanti" e che già al tempo di Federico 2° facevano parte delle famiglie più rilevanti della città del Giglio.

Quando Firenze costruì il secondo cerchio delle mura, la porta - successivamente detta di San Pancrazio o Brancazio - si chiamò inizialmente de Tornaquinci, così come la piazzetta sulla cui area fu in seguito edificato il palazzo degli Strozzi. FIGLIOCARO de' Tornaquinci, nel 1166, fu console dei Militi e IACOPO, nel 1176, fece parte del Consiglio degli Anziani del Comune e nel 1237 IACOBUS de’ Tornaquinci fu tra i Consoli del Comune Fiorentino.

Il palazzo moderno dei Tornaquinci (già Pazzi) si trova a Firenze in via de' Giraldi al n. 15 (facciata principale su Borgo degli Albizi). In antico però essi abitavano nel cosiddetto "Canto dei Tornaquinci", all'inizio dell'attuale via degli Strozzi (iscritta al gonfalone Leon Bianco del quartiere di S. Maria Novella) e le torri, le case e la loggia di proprietà della famiglia, riunite intorno ad una piazza o corte, si trovavano nell'area su cui alla metà del '400 sorse il grande palazzo Tornabuoni (poi Corsi - Salviati) (la toponomastica ricorda appunto la loro dislocazione topografica)

La cosiddetta loggia dei Tornaquinci fa oggi parte del palazzo suddetto (oggi della Banca Commerciale Italiana), in via Tornabuoni n. 16: la loggia, di antiche origini, fu ricostruita su disegno da Lodovico Cardi detto il Cigoli nel 1608 ed inglobata dal palazzo Corsi nel 1736 (lavori diretti dall'Ing. Ruggieri); nel 1864, nell'ambito dei lavori di ampliamento della strada, la loggia fu distrutta e ricostruita identica all'originale sull'altro angolo della facciata, verso Piazza degli Antinori. Nel fregio, sotto il terrazzo della loggia è ancora visibile lo stemma dei Tornaquinci, e delle altre famiglie della consorteria.

La cappella maggiore dei Tornaquinci, acquistata poi dai Ricci, si trovava nella chiesa di S. Maria Novella: in essa si trovavano anche gli stemmi di tutte le famiglie della consorteria (discendenti dai Tornaquinci).

I Tornaquinci, nel 1215, parteggiarono per i Buondelmonti e quindi per il partito Guelfo. Alla battaglia di Montaperti, del 1260 troviamo infatti molti personaggi della casata nelle file dei Guelfi fiorentini: 

 

GIANNI, Capitano dei Soldati del Sesto di San Pancrazio,

BRUNETTO di LOTTIERI, distringitore dei balestrieri;

SINIBALDO, con la carica di  Podestà, inviato alla difesa di Poggibonsi.

 

L'esito della sfortunata giornata di Montaperti costrinse i Tornaquinci all'esilio e solo nel 1266 poterono rientrare in città. Uscirono da questa casata cavalieri di grande coraggio e molti di questi si fecero gran rinomanza durante le lotte intestine di Firenze. Fra questi ricordiamo: 

 

GHERARDO VENTROJA, che grande parte ebbe nella vittoria di Campaldino del 1289 e che portava l'insegna reale e della sua parte;

Messer CIPRIANO, messer FOGLIA, messer GENTILE, messer CARDINALE ed altri della casata, furono fra quelli che sottoscrissero la pace delle "parti" del 1280, sotto la mediazione del Cardinal Latino e furono ammessi alle Magistrature del 1282.  

 

In ogni caso i Tornaquinci, anche se già considerati dei "Grandi o dei Magnati", ebbero accesso in gran numero alle cariche civiche e, già nel 1284, avevano ottenuto per quattro volte il Priorato nella persona di RUGGERO. Il periodo 1282 - 1292 fu certamente di grande splendore per i Tornaquinci che, insieme ad altre otto famiglie, compongono i 2/3 di tutti i Priori del Sesto di S. Pancrazio. Nel Consiglio dei Cento, inoltre, soprattutto negli anni 1290 - 1292, troviamo non di rado rappresentanti dei Tornaquinci, insieme ad altri personaggi di casata magnatizie quali: Sacchetti, Foraboschi, Maineri, Cipriani, Agli, Visdomini, e Sizi. La casata durante la denominazione guelfa, si era fatta anche una notevole fama per la competenza di molti suoi membri nel campo giuridico, talché il Comune di Firenze molto spesso ricorreva al loro parere. In questo periodo infatti, in tutti gli atti politici di un certo rilievo, troviamo consultati molti giuristi delle casate dei Ridolfi (Gianni), Agli e Tornaquinci, in qualità di "Testis ad hoc specialiter rogatus".

Nella riforma istituzionale, Ordinamenti di Giustizia, degli anni 1293 - 1294, a seguito della sommossa guidata da Giano della Bella, i Tornaquinci già compresi nell'elenco dei grandi magnatizi del 1286, furono dichiarati definitivamente dei "Grandi" e, per questo, esclusi dal governo della Città, sebbene si verificassero frequenti deroghe a tali legge straordinarie. I Tornaquinci rimasero, infatti, perfettamente inseriti nel circuito economico cittadino, tanto nel corso del 14° secolo, quanto durante il successivo. In definitiva i Tornaquinci, al pari di altre famiglie magnatizie, pur formalmente esclusi dal circuito politico ufficiale, nella vita quotidiana la loro diversità si andò progressivamente attenuando. In ogni caso, il Mecatti, nella sua opera riguardante le famiglie fiorentine, ci dice che i Tornaquinci ebbero a Firenze 10 Gonfalonieri di Giustizia fra il 1405 ed il 1530 e ben 45 Priori dal 1282 al 1526. A seguito delle Leggi antimagnatizie e degli eventi della prima metà del 1300, molti rami della famiglia, per necessità di sopravvivenza, furono costretti a nascondersi - come vedremo più avanti - sotto altri cognomi. malgrado le leggi, sia la Repubblica fiorentina, sia gli altri potentati del tempo, fecero molto affidamento sugli uomini più celebri della casata che, pertanto, ebbero dai loro concittadini la responsabilità di importanti ambascerie e missioni e, dagli altri, la nomina alle cariche più prestigiose nelle principali città italiane:

 

Messer CIPRIANO nel 1237 fu Podestà della città di Assisi

Messer GHERARDO (già citato), dopo la fausta giornata di Campaldino, fu chiamato a Podestà di Città di Castello nel 1290, a Fano nel 1294, e ad Asti nel 1297. Egli inoltre nel 1294 era stato inviato ambasciatore a Roma per Firenze alla Corte di Papa Celestino V;

Messer CARDINALE (già citato) di MARABOTTINO fu Podestà di Gubbio nel 1280.

 

Un segno della "Grandigia" di questa casata si rileva tra l'altro in un documento del 1306. Come è noto i Magnati per la loro alterigia e potenza spadroneggiavano nella vita cittadina e rappresentavano un costante pericolo per l'ordine pubblico, per la loro tendenza a risolvere in proprio e con la forza qualsiasi controversia che li coinvolgesse. Il documento in questione porta la data del 24 gennaio 1306 ed evidenzia un atto di pacificazione fra alcuni rappresentanti dei Tornaquinci e dei Girolami, le famiglie più potenti del sesto di San Pancrazio. Il documento, rogato dal notaro Matteo Biliotti, ci enumera inoltre come mallevadori e testimoni gli elementi più cospicui della città, appartenenti alle famiglie dei Bilenchi, Ardimanni ed Ubertini. I Tornaquinci erano imparentati con le famiglie più importanti di Firenze, fra le quali i Guadagni di Porta San Pietro e la ricca e potente casata dei Bordoni che, oriunda del pistoiese, abitava il Sesto di San Pancrazio. Degli altri personaggi della casata negli anni successivi citiamo:

 

BIAGIO di BINGERI o Birigeri, Capitano di grande valore che fu Luogotenente del Duca di Calabria nella guerra contro Castruccio Castracani, Signore di Lucca (1325), Capitano del Popolo di Bologna e quindi Capitano Generale dei fiorentini contro i Pisani;

DIEGO di BIAGIO, fu Cavaliere di grande fama ed ambasciatore nel 1362;

BIAGIO, discendente del precedente, nel 1366 eletto Senatore di Roma;

PIETRO, Vescovo di Porto, fu nominato cardinale nel 1366 e morì nel 1404 ad Avignone;

NICCOLO', Cavaliere gerosolimitano nel 1521.

 

Nel secolo XV il ramo della casata che aveva conservato il cognome Tornaquinci decadde di splendore, soprattutto economicamente, ma si riebbe durante il Principato dei Medici che riaffidarono alla casata importanti cariche e con decreto del 30 agosto 1751 ottenne l’iscrizione al Patriziato fiorentino. La famiglia ebbe in questo periodo tre senatori ed in particolare:

 

MARIO ebbe dai Medici il Governatorato di Livorno;

l’abate GIOVANNI ANTONIO (1680 - 1764), figlio del senatore GIOVANNI GAETANO e di Settimia di Francesco GUICCIARDINI, già Segretario di Stato del Duca Giangastone dei Medici, fu eletto nel 1737 a far parte del Consiglio di Reggenza per il Granduca Francesco 2° Stefano Lotringen (Lorena);

LUCA (nato 1690), il Balì, fratello del precedente, morì il 19 febbraio 1790 e fu l'ultimo della sua casata;

MARGHERITA (1734 - 1785) di PIERO (1689 - 1756) de' Tornaquinci e di Cassandra di Antonio MORELLI, nipote del precedente, sposando nel 1754 il marchese Francesco Giuseppe di Francesco Medici, divenne l'erede della famiglia i cui beni passarono pertanto ai Medici del ramo della Castellina. Questo ramo dei Medici assunse conseguentemente la denominazione di MEDICI - TORNAQUINCI ed è ancor oggi fiorente (1990).

 

  

MEDICI - TORNAQUINCI

 

Il ramo MEDICI - TORNAQUINCI, il cui palazzo si trova nell'attuale via Tornabuoni e che discende da GIOVENCO de' Medici, fratello di CHIARISSIMO (antenato di Cosimo de’ Medici), aggiunse appunto il cognome dei Tornaquinci nel 1785. Questo ramo dei Medici aveva avuto nel 1628 la concessione del titolo di Marchese della Castellina dal Granduca Ferdinando 2°. Questo titolo è stato riconosciuto dallo stato italiano con Decreto Ministeriale 12 agosto 1921. Lo stemma dei Tornaquinci era: "Inquartato d'oro e di verde" (vedi sezione araldica). Quello dei Medici Tornaquinci è : "D'oro a sei palle poste in orlo, quella del capo, d'azzurro carica di tre gigli d'oro, le altre di rosso". Il cimiero risulta il seguente: "un falcone al naturale tenente nel becco un anello d'oro con diamanti e nell'artiglio destro alzato un breve d'argento col motto: SEMPER PER ANULO TRAIECTO". La genealogia recente della casata Medici - Tornaquinci è riportata nella sezione GENEALOGIA.

Come già detto in precedenza molti rami della famiglia Tornaquinci approfittarono della legge comunale del 1361 per assumere la condizione del ceto popolare. Fra questi ricordiamo i:

                

 

POPOLESCHI 

 

Furono originati da NICOLO' di GHINO TORNAQUINCI, già ambasciatore per i Dieci di Balia nel 1348 e nel 1349 a Lucca, nel 1364 assume il cognome di POPOLESCHI, ad esso si aggiunge, nel 1371 TOMMASO di PIERO. Essi innalzarono come arma: "Campo d'argento smerlato d'oro e di verde caricato di una croce di rosso". I Popoleschi ebbero uomini di rinomanza, tra i quali primeggia BARTOLOMEO di PIERO, famoso giurista, che nel 1399 fu mandato oratore a Venezia per trattare la pace con il Duca di Milano. Successivamente fu inviato nel 1404 a Bologna per comporre la controversia fra il Legato Pontificio ed i Marchesi d'Este; nel 1405 ad intercedere la pace presso il Signore di Padova; nel 1406 a Napoli per invitare il Re Ladislao ad aiutare Firenze contro i pisani; successivamente in Francia per lo stesso motivo; nel 1408 fu mandato a Siena presso il Papa Gregorio XII per invitarlo ad indire il Concilio; nel 1409 fu Sindaco a Pisa per la stipula dell'alleanza con il Duca d'Anjou (Angiò) e con il Legato di Bologna contro il Re Ladislao; ancora presso la corte di Papa Giovanni XXIII per prestargli obbedienza ed esortarlo alla pace. BARTOLOMEO suddetto, ebbe affidati numerosi altri incarichi di rilevante fiducia da parte della città di Firenze tanto che, essendo egli morto a Napoli nel 1412, durante una ambasceria di pace tra il Re ed il Papa, il Comune fiorentino gli decretò funerali solenni ed assegnò in dote, a ciascuna delle sue figlie, duecento fiorini tratti dal pubblico erario. I Popoleschi si opposero al sorgere della Signoria medicea su Firenze ed, in particolare, BACCIO di PIERO e PIERO di BARTOLOMEO, dopo l'assedio di Firenze, furono banditi dalla città. La famiglia, iscritta alla nobiltà fiorentina, ebbe comunque 19 Priori e 4 Gonfalonieri e durante il Principato mediceo 2 Senatori. Ultimo della famiglia fu ALFONSO del Cavalier RIDOLFO il quale, morendo il 13 ottobre 1788, lasciò erede sua sorella LUCREZIA, maritata nei Filicaja. Un ramo dei Filicaja successivamente si estinse, con MARIA MADDALENA di PIETRO nel 1828, nei Pucci e Niccolini. A questi nella persona di GIOVAMBATTISTA pervennero i beni dei Popoleschi; Il cognome dei Filicaja è ancora oggi ricordato nella persona del Conte Antonio Nardi - Dei da Filicaja Dotti (www.filicaja.it)

 

 

MARABOTTINI

 

Il caso dei Marabottini è piuttosto complesso in quanto risulta che ben tre diversi nuclei familiari, in altrettanti momenti, decisero di staccarsi dal ramo dei Tornaquinci, assumendo il medesimo cognome. Il 19 febbraio 1379 il “… Nobil homo ZANOBI de MARABOTTINO de’ Tornaquinci … si volse nominare de Marabottini” dal nome paterno ed innalzò per emblema familiare il seguente stemma: "Campo d'oro bordato di verde, caricato in abisso di una palla d'argento caricata di una croce piena di rosso, la detta palla al centro due cerchi, l'uno di nero e un altro di verde". Come si può notare l'arma di questi Marabottini è quasi del tutto simile a quella degli IACOPI de' Tornaquinci, a meno della bordature verde del campo. Questa famiglia, che non ebbe particolare rinomanza in Firenze, si spostò poi nella zona di Prato dove ottenne la nobiltà di quella città.

Il 17 gennaio 1383 - secondo altre fonti il 1386 - è il turno di MARABOTTINO di GIOVANNI de’ Tornaquinci e, nell’autunno del 1393, è invece quello di BERNARDO di BERNARDO di MARABOTTINO de’ Tornaquinci, il quale “disse di sé e de’ suoi di volersi appellare de’ Marabottini”. Il fatto che si sia trattato di tre famiglie differenti è testimoniato dalle diverse insegne araldiche ASF, Manoscritti, 575. Anche Scipione Ammirato, nelle sue Istorie Fiorentine, tomo 4°, libro 16°, pag. 24, Firenze, 1848, concorda con altri storici nel designare BERNARDO di BERNARDO di MARABOTTINO quale il vero capostipite dei MARABOTTINI.

Attualmente esiste in Toscana una famiglia MARABOTTINI - MARABOTTI, nobile di Prato con il seguente stemma: “Inquartato d’oro e di verde in croce di S. Andrea”.

                    

     

GIACHINOTTI 

 

CIPRIANO e IACOPO di GIACHINOTTO de' Tornaquinci chiesero, sempre nel 1379 e per mezzo del loro procuratore Jacopo di Ventura BARTOLI, di chiamarsi de' GIACHINOTTI e scelsero come insegna della propria casa: "Campo di rosso bordato d'argento caricato in abisso dell'arma del Popolo di Firenze (scudetto d'argento caricato di una croce piena di rosso) accostata da quattro conchiglie d'azzurro poste in croce". Quest'arma fu poi sostituta dalla seguente: "Inquartato d'oro e di verde (Tornaquinci), ogni quarto del campo caricato di una conchiglia dell'uno nell'altro" (vedi sezione araldica). Dati relativi a questa famiglia sono reperibili in ASF, Manoscritti 356 e 391, 421 e 575; Carte Dei, filza 25, “Memorie di diverse famiglie”, ins. 3; Carte dell’Ancisa; Piero di Giovanni Monaldi, “Historia della città di Firenze e della nobiltà de’ Fiorentini”.

GIACHINOTTO de’ Tornaquinci, nel 1356, aveva effettuato una ambasciata per i Dieci di Balia. Questo ramo dette a Firenze 7 Priori tra il 1443 ed il 1529. Al tempo dell'assedio di Firenze (1530) molti dei suoi personaggi giurarono tra i difensori della Repubblica fiorentina: 

 

BERNARDO, che era stato imprigionato dai Medici nel 1527 per aver sparlato di loro, fu mandato nel 1530 Commissario a Borgo San Sepolcro;

GIOVANBATTISTA e GIROLAMO subirono il confino dopo l'assedio;

PIER ODOARDO di GIROLAMO, che era stato Commissario a Livorno, Prato e Pisa, fu fatto decapitare nel 1530 dal nuovo Commissario inviato dai Medici a sostituirlo.

 

Questo ramo si estinse in NERI di ALBERTO, morto il 17 maggio 1634, ed in suo fratello sacerdote, morto suicida (gettatosi da un terrazzo) il 2 dicembre 1697.

                         

 

TORNABUONI 

 

Ebbero origine da SIMONE di TIERI di RUGGERO de' Tornaquinci a sua volta figlio di Messer RUGGERO, il 19 novembre 1393. Egli innalzò la seguente Arma: "Inquartato di verde e d'oro in croce di Sant'Andrea, il campo caricato di un leone rampante dell'uno nell'altro, portante sulle spalle uno scudetto con l'Arma del Popolo di Firenze, legato d'oro". A differenza degli altri rami staccatisi dai Tornaquinci, Simone Tornaquinci decise, invece, di rimanere legato al casato di provenienza, limitandosi a mutare la seconda parte del suo cognome, conferendogli un accento benaugurate; i Tornabuoni, insomma, dovevano apparire come il ramo virtuoso, staccatosi dal comune ceppo magnatizio.

 

In dei nomine amen. Anno incarnationis domini nostri Iesus Christi millesimo trecentesimo nonagesimo tertio, indictione segunda die decimo nono mensis novembris. Nobilis vir Simon Tieri domini Roggeri de Tornaquincis de Florentia per se et suis filiis et descendentibus per lineam masculinam volens obtemperare provisioni edicte super hac materia de mense augusti anno domini millesimo trecentesimo sexagesimo primo ... comparuit coram magnifico officio dominorum priorum artium et vexillifero iustitie populi et civitatis Florentie … et voles sibi … et seus filiis et descendentibus novum nomem sive cognomen vel agnomen et alia arma sive signa omnino diversa ab armis ad armis sive signis sue domus et consorterie eligere … dixit se et dictos suos filios et descendentes per lineam masculinam velle … appellari et nominari de TORNABUONIS de Florentia et pro novis armis assumpsit scutum ad quarteria per schisa, et quarteriem de super, et quarteriem de subtus colis aurei, et alia quarteria a lateribus coloris viridis, et cum leone in dicto scuto rampante, capiente omnia quarteria dicti scuti, et habente colorem viridem in quarteriis viridis, cum ungulis coloris rubei, cum scuto campi albi ad collum cum cruce rubea, et cum corigia rubea que tenet dictum scutum”.

 

Ammessi alle Magistrature cittadine ed iscritti alla nobiltà fiorentina, i Tornabuoni ebbero 15 Priori e 6 Gonfalonieri di Giustizia tra il 1445 ed il 1530. Questa famiglia, storicamente celebre, fu tra le più fanatiche sostenitrici del partito dei Medici, soprattutto quando Cosimo il Vecchio dette in moglie a suo figlio Piero il Gottoso, LUCREZIA di FRANCESCO Tornabuoni. tra i personaggi più importanti di questa casata ricordiamo:

 

GIOVANNI, uno dei fratelli di LUCREZIA, che fu tesoriere di Papa Sisto IV. Firenze lo inviò allo stesso Pontefice per chiedere l'assoluzione delle censure del 1480. Nel 1484 egli fu di nuovo inviato in missione a Roma, presso Papa Innocenzo VIII, per prestargli obbedienza;

GIOVANNI FRANCESCO, Vicario (Giudice) e Commissario a S. Giovanni Valdarno nel 1478 -79;

LORENZO di Giovanni fu decapitato, nel 1497, insieme a molti altri membri della casata (molti però scamparono con la fuga) per aver partecipato ad una congiura tendente a riportare i Medici a Firenze;

GIULIANO di FILIPPO, a sua volta fratello di LUCREZIO, fu ambasciatore di obbedienza di Firenze a Papa Leone X, suo cugino. Successivamente egli ebbe la nomina a Vescovo di Saluzzo;

SIMONE fratello del precedente, fu eletto nel 1515 da Papa Leone X, Presidente della Romagna e Papa Clemente VII lo nominò Senatore di Roma nel 1524 e nel 1527. A Roma durante l'assedio di Firenze, rientrò in città con la carica di Gonfaloniere di Giustizia. Allo scadere del suo mandato Papa Clemente VII lo fece armare Cavaliere e lo  comprese nell'istituendo Senato, composto da 48 membri;

GIOVANNI di Lorenzo e suo fratello LEONARDO, Vescovo di San Sepolcro, furono  fra i più acerrimi nemici della repubblica  fiorentina;

ALFONSO di SIMONE fu Vescovo di Saluzzo e successivamente di Borgo San Sepolcro. Cosimo 1° de' Medici lo ebbe molto caro ed in profonda stima tanto  che  lo inviò in numerose missioni diplomatiche a Genova, in  Inghilterra, in  Francia ed in Germania:  nel 1554 egli fu inviato  in rappresentanza di Cosimo a trattare la resa di Siena;

DONATO di Simone fu nominato Senatore del Granducato nel 1547. Sposatosi con Lucrezia Valori ebbe per figli GIULIANO e COSIMO, entrambi Senatori;

SIMONE di Donato, Cavaliere di Santo Stefano di Toscana, morì da valoroso nel 1571 alla Battaglia di Lepanto;

NICCOLO' di Donato  fu  eletto Vescovo  di  Borgo  San  Sepolcro  nel  1560  e successivamente fu inviato ambasciatore presso le corti di Francia e del Pontefice (Sisto V). A lui i Toscani debbono l'introduzione del tabacco che, in onore di chi l'aveva fatto conoscere, fu chiamato inizialmente "erba tornabuona";

DONATO di Cosimo, nipote di Niccolò ebbe il grado di Colonnello nell'Esercito del Granducato. Egli morì , fra gli ultimi del ramo principale della famiglia, nel 1635;

LEONETTO, figlio naturale di Leonardo, Vescovo di San Sepolcro, fu il capostipite del ramo che si trasferì in Francia e che si estinse agli inizi del 1700.

               

 

CARDINALI

 

Il 18 dicembre 1393 IACOPO di NICCOLO' del TEGGHIA o TEGLIA de' TORNAQUINCI chiese l'ascrizione della sua famiglia al ceto popolare, assumendo il nuovo cognome di De' CARDINALI e la seguente Arma: "Troncato d'oro e di verde ad una palla d'argento, in abisso, caricata di una croce piena di rosso (arma del Popolo di Firenze)". Per altri autori l’adesione al partito popolare dei CARDINALI risale al 23 marzo 1371, grazie a GREGORIO e NICCOLO’ di PAGNOZZO de’ Tornaquinci.  Notizie più precise sull’origine dei CARDINALI ci vengono fornite dal Codice Barberiniano Latino 5002-4, presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. L’anonimo compilatore di memorie fiorentine ci rammenta che GREGORIO e NICCOLO’ suddetti presero il nome di Cardinali in ricordo, probabilmente, di un loro antenato ecclesiastico. Si può anche ipotizzare, tuttavia, un riferimento a CARDINALE de’ Tornaquinci, influente uomo politico fiorentino del tardo duecento e particolarmente coinvolto nelle pratiche di pacificazione promosse da Firenze per sedare i cruenti dissidi fra Guelfi e Ghibellini. In ogni caso NICCOLO’ predetto venne estratto nello squittinio per il Priorato, ma non risulta che abbia poi ricoperto questa carica. Comunque, nel 1393 un tal JACOPO di NICCOLO’ del TEGLIA de’ Tornaquinci era conosciuto con il cognome e l’insegna araldica dei Cardinali, JACOPO di NICCOLO’ del TEGLIA Tornaquinci contese a GREGORIO e NICCOLO’ di PAGNOZZO de’ Tornaquinci la legittimità del nome Cardinali, dal momento che anche JACOPO, come sopra esposto, aveva costituito un casato con quel cognome nel 1393 (ASF, Manoscritti, 575).

Nello squittinio del Priorato del 1411 si rinvengono i nomi di GREGORIO e NOFRI di JACOPO Cardinali, rimborsati per il Gonfalone del Leon Bianco. Dal Codice Barberiniano Latino 5002-4 risulta che GREGORIO Cardinali, nel 1378, era ancora conosciuto con nome di Tornaquinci e che aveva pagato con la vita le connivenza con coloro che, banditi da Firenze in seguito al Tumulto dei Ciompi (1378), tentarono di rientrare in città con la forza. Lo testimoniano sia Giovanni di Pagolo Morelli, sia Bonaccorso Pitti, coinvolto direttamente nell’impresa dei fuoriusciti. Alcuni esponenti della famiglia Cardinali sono comunque presenti tra i contribuenti del catasto del 1427, abitavano nel quartiere di S. Maria Novella e svolgevano mestieri diversi, sebbene con imponibili abbastanza bassi. AGOSTINO di GIOVANNI Cardinali dichiarò di esercitare la professione di sensale, senza alcun imponibile, mentre ANTONIO di GIOVANNI, lavapanni, fece registrare un imponibile di 366 fiorini. Il parente GREGORIO di IACOPO, rigattiere, dichiarò 330 fiorini e NOFRI di IACOPO, il più benestante denunciò 1629 fiorini.

 

 

PELLEGRINI

 

Il 25 dicembre 1393 due altri rami della "popolosa" Consorteria dei Tornaquinci chiesero di essere ascritti al ceto popolare fiorentino. Questi, rappresentati da TIERI o TAIO di FRANCESCO e da ANGELO di NERI de’ TORNAQUINCI, decidono di assumere per cognome quello di De' PELLEGRINI, affidandone la comunicazione al loro procuratore e parente TAIO FRANCESCO de’ Tornaquinci. Gli stessi determinano di innalzare per emblema delle famiglie il seguente stemma: "Campo di verde ad una palla d'argento, in abisso, di una croce piena di rosso, accostata da tre corone d'oro". Questo ramo dei Tornaquinci - secondo l'Ademollo - tornò presto a riassumere l'avito cognome e non compaiono nel catasto del 1427. Tale affermazione è confermata dall’ignoto commentatore del Monaldi che afferma “é ben verissimo che uno de’ Tornaquinci si chiamò de’ PELLEGRINI ma o che si estinguessi, o ritornassi a’ Tornaquinci, non se ne trova discendenza (ASF, Manoscritti, 421 - Piero di Giovanni Monaldi, “Historia della città di Firenze e della nobiltà de’ Fiorentini”; Borghini Vincenzo, “Storia della Nobiltà Fiorentina”, pag. 318).

 

In conclusione la famiglia Iacopi de’ Tornaquinci era ascritta al ceto nobiliare fiorentino con la dignità iniziale di Miles e quindi di Nobile e derivava, a sua volta, da un'altra famiglia, i TORNAQUINCI, sicuramente dei Baroni o dei Grandi di Firenze ed appartenenti al ceto Magnatizio, in quanto di origine feudale ed inurbatesi a Firenze dal contado.