Consorteria De' Veneri (cosiddetta)

(si invita caldamente a leggere le avvertenze riportate a fondo pagina)

 

 

IACOPI del LION NERO detti di S. CROCE e IACOPI di S. GIOVANNI

 

Facenti parte, secondo il Ciabani, della Consorteria dei VENERI (a loro volta derivati da un certo VENIERO di CINO di COLTO), gli IACOPI, cosiddetti della Consorteria de’ Veneri, sembrerebbero provenire dall’area montana del pratese-pistoiese nei pressi di Vernio ed hanno goduto in Firenze di notevole prestigio, sia per gli incarichi ricevuti e le cariche ricoperte, sia per la prospera situazione economica da loro raggiunta. Prendendo in considerazione gli elementi deducibili dalle carte del Mazzei, del Priorista pistoiese del 17° secolo, gli IACOPI, dovrebbero essersi inurbati preliminarmente nella città di Pistoia, dove già nel 1292, erano riusciti ad ottenere la carica di Gonfaloniere di Giustizia con MASINO di VEZZOSO e da questa località un ramo della famiglia si è, con ogni probabilità, insediato successivamente a Firenze.

Questa considerazione sulla derivazione degli IACOPI di Firenze da quelli di PISTOIA, che, tra l’altro, innalzano lo stesso blasone, decorre dalla constatazione che, solo nel corso del 1300, gli IACOPI fiorentini riusciranno ad ottenere cariche di un certo rilievo nella città del Giglio, evento che si verifica, a seconda delle considerazioni sulla appartenenza o meno di alcuni personaggi alla stessa famiglia, dai 40 ai 70 anni dopo quelle ottenute a Pistoia.

In ogni caso, gli IACOPI di Firenze, riconducibili alla Consorteria de’ Veneri o meglio conosciuti anche come IACOPI di Santa Croce, risultano particolarmente benemeriti nella città del Giglio per le loro attività commerciali e per le loro sovvenzioni e per il loro mecenatismo. Essi, come già precedentemente evidenziato, alzavano per blasone lo stesso degli IACOPI di Pistoia e di quello della Consorteria dei VENERI (un cinghiale - anticamente un porcellino) rampante, armato o difeso di rosso, cinghiato o fasciato d’argento in campo d'oro). Va infatti soggiunto che tale animale era particolarmente popolare a Firenze, tanto che ha avuto l’onore di una scultura (il famoso porcellino) proprio nella Piazza del Mercato nei pressi di Ponte Vecchio.

L’esame dei documenti del Ceramelli Papiani, conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, ci evidenzia, in effetti, che le famiglie IACOPI presenti in città, pur portando lo stesso cognome e presumibilmente derivando dallo stesso lignaggio, non abitavano tutte nello stesso sestiere/quartiere e non alzavano effettivamente uno stesso stemma comune. In effetti, oltre ai predetti IACOPI del “cinghiale rampante”, che abitavano nel Quartiere di Santa Croce e che chiameremo IACOPI di S. Croce o del LION NERO (dal Gonfalone del loro quartiere che li rappresentava), esistevano anche degli IACOPI, abitanti nel Quartiere di S. Giovanni, che chiameremo IACOPI di S. Giovanni o del LION d’ORO o delle CHIAVI (il loro gonfalone) e che alzavano come insegna: un massacro di cervo d’oro in campo azzurro. I due predetti rami degli IACOPI risultano nettamente distinti come  blasone e come luogo di residenza, già a partire dal catasto fiorentino del 1427.

Dediti alla mercatura, gli IACOPI si erano arricchiti con i loro commerci, compiendo una rapida ascesa sociale e venendo ammessi alle più importanti Magistrature cittadine. Di fatto, tutti gli Iacopi furono “imborsati” ed ascritti per ben 165 volte nelle “Tratte” rappresentative cittadine (tre maggiori Consigli) e, complessivamente, per ben 248 volte, considerando anche le cariche istituzionali di Console delle Arti e del Collegio della Mercanzia (10). L’elenco completo dei personaggi della famiglia IACOPI (della Consorteria de’ Veneri) interessati a tali attività sono documentati nel dettaglio nell’Allegato F1. La condizione popolare, infatti, consentì consentì a molti membri della famiglia di ricoprire numerose volte la carica di Priore del comune fiorentino e più precisamente per ben 14 volte negli anni:

1372 o 1373 (GIOVANNI di Iacopo di Pugio ?, tavoliere);

1390 (LEONARDO di Iacopo di Pugio ?);

1420 (GIOVANNI di Leonardo di Giovanni (dalle fonti: nipote abbiatico del precedente Giovanni));

1436 (GIOVANNI di Leonardo di Giovanni);

1450 (GIULIANO di Giovanni di Zaccaria);

1455 (ZANOBI di Giovanni di Leonardo);

1473 (BERNARDO di Giovanni di Leonardo);

1489 (GIOVANNI di Bernardo di Giovanni);

1498 (GIOVANNI di Bernardo di Giovanni);

1503 (GIOVANNI di Bernardo di Giovanni);

1513 (GIOVANNI di Bernardo di Giovanni);

1516 (LORENZO di Bernardo di Giovanni);

1522 (LORENZO di Bernardo di Giovanni), ed infine nel

1688 (ALESSANDRO di LORENZO). Ma a queste date potrebbero essere aggiunte, (una volta comprovata l’appartenenza alla stessa famiglia) quelle del:

1314 (GUGLIELMO di Iacopo);

1323 (PUGIO di Iacopo, PUGIUS IACOBI (Gonfaloniere di Giustizia, anche da Elenco dei Priori del Raveggi);

1324 (PUGIO o PUGIUS di Iacopo);

1425-28 (IACOPO di Guerriante di Iacopo). Per questo personaggio, che non è provato che appartenga per certo alla famiglia Iacopi, altri riportano la data del 1417);

1518 (LUCANTONIO di Piero di Tommaso),

tutti ricavati dalle Tratte e che portano a 19 il numero totale dei Priori/Gonfalonieri della famiglia. Inoltre dal 2° vol. del Libro “Famiglie di Firenze di Roberto Ciabani, Beatrix Elliker ed Enrico Nistri, editore Bonechi, 1992, un BERNARDO di Iacopo di Matteo Iacopi risulta essere stato eletto, nel 1437, alla carica di Gonfaloniere di Giustizia, ma, in realtà, il personaggio citato dal Ciabani non appartiene alla famiglia degli Iacopi ma a quella dei CIACCHI !! Va, peraltro, sottolineato il fatto che, riguardo le date suddette, esistono delle discrepanze e quelle riportate inizialmente sono state tratte dal lavoro “Storia Genealogica della nobiltà e cittadinanza di Firenze” del Mecatti (Allegato F2).

IACOPI potrebbe derivare da un certo IACOPO, forse della Consorteria dei VENERI e che tale personaggio dovrebbe risultare presente a Firenze già dagli inizi 1300. La famiglia, con i figli di IACOPO suddetto, risulta aver acquisito, a partire da tale periodo, un certo peso nel tessuto sociale della città. Notiamo, infatti, che i vari rami della famiglia abitano, agli inizi del 1300, nei Sestieri di S. Giovanni e S. Pancrazio (Brancazio) (fino al 1343 la città era stata suddivisa in Sestieri e solo da tale data verrà ripartita in Quartieri e Gonfaloni) e che il 1° della famiglia a ricoprire cariche pubbliche risulta, nel 1314, GUGLIELMO di Iacopo, nato anteriormente al 1280, che, nell’anno, viene eletto Priore per il Sestiere di S. Pancrazio, mentre nel 1323, un PUGIO o PUGIUS o PUGGIUS di Iacopo del Sestiere di S. Pancrazio, ottiene la carica di Gonfaloniere di Giustizia, la massima carica politica fiorentina (per la carica di Gonfaloniere di Giustizia, la massima carica istituzionale fiorentina, occorrevano almeno 40 anni di età, mentre per le altre cariche, Priore, ecc., ne bastavano solo 30 !) ). Va peraltro sottolineato il fatto che tali personaggi non vengono riportati dai Prioristi nel novero dei priori della famiglia e che al momento non si dispongono di elementi sufficienti per dimostrare di essere uno di questi all’origine della famiglia IACOPI. 

Stando più semplicemente agli elementi deducibili dalle Tratte, il 1314 sembra, però, l’anno della definitiva consacrazione della famiglia quando, oltre al GUGLIELMO predetto, che viene eletto Priore, un Ser GIOVANNI di Iacopo, ascritto, ovviamente, all’Arte dei Giudici e dei Notai (il titolo di Ser veniva attribuito a tale categoria), viene nominato Notaio della Signoria (ovvero Notaio del governo fiorentino), mentre, nel 1324, anche il PUGIO o PUGGIUS di Iacopo sopra ricordato, iscritto all’Arte dei Ferratori, viene eletto fra i Priori sempre per il Sestiere di S. Pancrazio, quello cioè dove abitava il GUGLIELMO predetto (probabilmente suo parente) ed anche la famiglia dei Tornaquinci.

E’ possibile che proprio dai discendenti di PUGIO di Iacopo, del Sestiere di S. Pancrazio, o da quelli di GUGLIELMO di Iacopo, dello stesso quartiere, possa derivare il ramo più importante della famiglia, appunto gli IACOPI del LION NERO, detti di S. CROCE, così chiamati per il fatto che, dopo la metà del 1300, la maggioranza dei suoi membri prenderà stabile dimora nel Quartiere di Santa Croce, sotto le insegne del Gonfalone del Lion Nero.

In sostanza, a partire dalla fine del 1200, la famiglia Iacopi, dopo essersi consolidata nella città di Pistoia, si porta con un ramo nella città del Giglio, entrando a far parte della Consorteria dei Veneri (Cacciatori) - che accomunava diverse categorie di lavoro, quali quelle relative alla filiera del trattamento della carne, (cacciatori, beccai, commercianti di carne secca, pizzicagnoli, ecc.). Agli inizi del 1300, avendo raggiunto un certo benessere, gli Iacopi riescono ad effettuare un salto di qualità nel tessuto sociale fiorentino, dove cominciano ad annoverare, oltre ad artigiani veri e propri, anche imprenditorii ed uomini di diritto, marcando così il suo consolidamento nel contesto della società di Firenze. Ed é proprio nel corso del 1300 che la famiglia, dopo aver iniziato a diversificare le proprie attività e tendendo ad entrare in Arti, per così dire più “nobili”, parteciperà a pieno titolo, proprio per la sua condizione popolare di partenza, alla vita politica cittadina, mentre alcuni rami della stessa famiglia si porteranno da FIRENZE o da PISTOIA, nel corso dello stesso secolo e sotto la spinta delle attività commerciali, nel centro commerciale e finanziario della città di LUCCA ed in quello di BOLOGNA. Di fatto, agli inizi del 1300 una pergamena riporta una denuncia d’estimo fatta da mercanti pistoiesi residenti a BOLOGNA, nella parrocchia di San Michele del Mercato di Mezzo. Ne risulta autore un certo Franchino di Boldo Franchini, che scrive a nome suo, del fratello Sinibaldo e di SINIBALDO Iacopi, già socio del padre. Essi chiedono di essere posti all’estimo di porta Piera e non più a quello di porta Ravennate, a cui Boldo Franchini, ancora vivo, e Sinibaldo Iacopi erano ascritti … (pag. 157 di “Testi pistoiesi della fine del 1200 e dei primi del 1300” con introduzione linguistica, glossario ed indici onomastici di Paola Manni, Accademia della Crusca, 1990).

Per quanto riguarda LUCCA, oltre a degli IACOPI che potrebbero esservisi stabiliti per motivi commerciali, sembra opportuno ricordare che uno IACOPO di Piero o Pietro IACOPI, agli inizi del 15° secolo era Capitano della Cittadella di Lucca, al servizio di Paolo GUINIGI (i suoi discendenti daranno origine al ramo degli IACOPI di LUCCA che, nella sua branca principale, assumerà poi il cognome di CITTADELLA). In un documento di Ser Ciomeo Pieri del 16 agosto 1430 risulta riportata la copia dei capitoli di consegna della Cittadella di Lucca, dopo la caduta della Signoria del Guinigi, a FRANCESCO di Iacopo di Pietro ? IACOPI, autenticata dal Cancelliere Maggiore del Consiglio: Tolomeo dal Portico. (Estratto da pag. 42 della rivista “Archivi d’Italia e rassegna internazionale degli archivi”, Eugenio Casanova, Bibliotheque des “Annales institutorum”). Questo documento prova che il suddetto IACOPO, al momento della caduta in disgrazia del Guinigi, colse, con molto buonsenso, la nuova direzione in cui spirava il vento si sia accordato con i rivoltosi ed abbia consegnato la fortezza alla Repubblica da poco ricostituita, in cambio, ovviamente, di onori e privilegi e, naturalmente, la conferma nella la carica di Capitano della Cittadella e che tale carica era, appunto, passata a suo figlio Francesco nell’agosto 1430. Il 21 aprile 1461, il figlio di Francesco, NICCOLO’ IACOPI di Cittadella, inoltra una supplica al Consiglio Generale di Lucca, ottenendo una risposta nello stesso giorno. In definitiva gli IACOPI, che erano rimasti nella carica di capitano della Cittadella di Lucca, iniziarono, da allora, a chiamarsi IACOPI di CITTADELLA e successivamente solo CITTADELLA.

Gli IACOPI di CITTADELLA abitavano, infatti, a Lucca nel Palazzo ex Orsetti, sulla “Piazza Cittadella”, la vecchia "Piazza di Poggio", (quindi "Piazza del Grano"), nome derivato da una famiglia che anticamente aveva qui le sue case. Ma il nome attuale della piazza deriva appunto dagli Iacopi che, nel corso del 1400, assunsero il cognome di CITTADELLA. In effetti, qualche tempo dopo, forse anche a ricordo dell’evento, la famiglia mutò il cognome in CITTADELLA integrandosi pienamente nella vita della Repubblica Lucchese. Da allora i CITTADELLA furono una famiglia in vista, proprietari di vasti possedimenti terrieri nella zona di Ciciana, i cui membri ricoprirono importanti cariche: Anziani, Ambasciatori e Gonfalonieri. Intorno al 1700 venne celebrato il matrimonio di un Cittadella con Luisa CASTRUCCI: che sanzionava l’alleanza di due importanti famiglie lucchesi che garantì continuità di potere e cariche alla famiglia Cittadella. I suoi membri, personaggi di spicco anche al tempo dei Baciocchi, sono anche menzionati due volte nel "Libro d'oro" di Carlo Ludovico nella classe dei Patrizi. Carlo Ludovico in persona conferì loro nel 1837 titolo e dignità di Marchese. La famiglia si estinse il 12 Aprile 1896 con la morte dell'ultimo membro, ENRICO CITTADELLA.

L’esame dei ruoli delle Matricole del Collegio della Mercanzia o delle Arti Maggiori e Minori (Allegato F3), nonché il libro “Orsammichele” di Diane Finello Zervas, Istituto di Studi Rinascimentali, 1996, ci permettono di ricavare numerosi elementi interessanti. Vediamo, in questo contesto, che:

 

nel 1373, GIOVANNI di Iacopo o di Pugio di Iacopo? , abitante nel quartiere di S. Croce, risulta esercitare l’attività di tavoliere, mentre alla fine del secolo risulta iscritto nei ruoli dell’Arte della Lana;

nel 1386, GIOVANNI di Giovanni di Iacopo, risulta svolgere l’attività di “armaiolo”;

nel 1408, GUERRANTE o GUERRIANTE di Iacopo, abitante del Quartiere di S. Maria Novella, ricopre  la carica di Console dell’Arte della Seta, meglio conosciuta come Arte di Por Santa Maria

nel 1412, IACOPO di MICHELE di Iacopo risulta esercitare la carica di Console nell’Arte dei Chiavaioli,

nel 1420, ZACCARIA o ZACARIA di Iacopo di Pugio ?, probabilmente fratello di GIOVANNI predetto, abitante nel Quartiere di S. Croce, sotto le insegne del gonfalone del Bue, iscritto nei ruoli dell’Arte della Lana,  appare, nel 1420, come uno dei 5 principali azionisti, insieme a Giunta Gherardi e Iacopo Foresi, della Compagnia De’ Boni di Pistoia (pag. 164 di Medieval and Renaissance Pistoia. The social history of an italian town 1200-1430 di David Herlihy della Yale University;

nel 1425 e nel 1430, IACOPO di Guerriante suddetto, risulta far parte del Consiglio dei Buonuomini;

nel 1428, lo stesso IACOPO di Guerriante viene eletto fra i Priori per il Quartiere di S. Maria Novella;

nel 1431, Ser IACOPO di Antonio di Iacopo (ricordato anche in un rogito di un documento del 1448) viene eletto alla carica di Notaio della Signoria ;

nel 1434 Ser PAOLO di Cino di Iacopo, cugino del precedente ed iscritto nell’Arte dei Giudici e dei Notai, viene anch’egli eletto alla carica di Notaio della Signoria;

nel 1438 giugno, LEONARDO di GIORGIO di MICHELE di Iacopo, risulta esercitare l’attività di “biadaiolo”. (pag. 225 di “Orsammichele” di Diane Finello Zervas);

nel 1436, 1439, 1441 e 42, PIERO di Tommaso di Giovanni di Iacopo ricopre la carica di Console nell’Arte dei Fabbri; (un’arte coerente con quella esercitata da Pugio di Iacopo ferratore, predetto)

nel 1467, TOMMASO di Piero di Giovanni di Iacopo, figlio del precedente, ricopre anch’egli la carica di Console nell’Arte dei Fabbri ;

nel 1471, IACOPO di Giovanni di Pierozzo di Iacopo risulta eletto Console dell’Arte dei Fabbri attività indubbiamente affini a quella del loro avo.

nel 1484, ZANOBI di Giovanni di Leonardo di Iacopo ricopre l’importantissima carica di Console del Collegio della Mercanzia  (la Confindustria di Firenze)

nel 1485 e nel 1487, BERNARDO di Giovanni di Bernardo (o Leonardo ?) di Iacopo ricopre anch’egli, per ben due volte, l'importantissima carica di Console del Collegio della Mercanzia.

La figura di GIOVANNI di Iacopo o di Pugio di Iacopo ? suddetto, in particolare, spicca su tutte le altre della famiglia perché nel 1373, arriverà, per il suo prestigio, ad essere eletto Priore per il Quartiere di S. Croce (fatto che dimostra che la sua famiglia ha già spostato la residenza nel predetto quartiere) e che all’epoca del Priorato svolgeva l’attività di Tavoliere. Questo personaggio, costituisce il primo vero imprenditore della famiglia, organizzando, con fratello o il figlio LEONARDO, iscritto nei Ruoli dell’Arte della Lana, il primo abbozzo di una attività industriale nel campo della lavorazione della Lana (non si hanno dati certi sul fatto che gestisse direttamente o meno una gualcheria, che, come noto, assemblava i mestieri di “ciompo” o “scardassiere” o cardaiuolo/cardatore, di filatore, di tessitore al telaio, di lavatore, di purgatore - che libera la lana dall’olio, di cimatore - che tira i peli dalla lana, di tintore, di tiratore, nonché di ricamatore), fatto che diventerà una realtà con il suo nipote omonimo GIOVANNI di Leonardo. In ogni caso, GIOVANNI, direttamente coinvolto nelle lotte contro le rivendicazioni degli operai della lana, si schiera con gli intransigenti e dalla parte dei Capitani di parte guelfa ed, in un certo senso, anche con la sua azione contribuisce allo scoppio del Tumulto dei Ciompi (24 giugno 1378), scatenato proprio dalle rivendicazioni di un “ciompo” o pettinatore della Lana, Michele di Lando. Travolto dagli eventi, GIOVANNI, che era diventato un personaggio influente in città, viene escluso con la sua famiglia dal potere comunale e solo dopo la normalizzazione del potere, avvenuta nel 1382, potrà ritornare ad assumere cariche pubbliche in città. Rientrato in piena attività, Giovanni, nel luglio 1385 e nel 1392, risulta il rappresentante della compagnia commerciale “Francesco di Marco DATINI e compagni” nel fondaco di AVIGNONE, presso la corte papale e nel novembre dello stesso anno lo troviamo rappresentante della stessa compagnia a BARCELLONA (da “Inventario dall’archivio di Francesco di Marco Datini, fondaco di Avignone”, di Elena … 2004).

Proprio da GIOVANNI e LEONARDO suddetti derivano con certezza i rami degli IACOPI di S. GIOVANNI e del LION NERO. Da TOMMASO di Giovanni di Iacopo, ricordato nel catasto del 1427 come abitante del Quartiere di S. Giovanni ed iscritto all’Arte dei Fabbri, derivano gli IACOPI di S. GIOVANNI (del LION d’ORO o delle CHIAVI), mentre da LEONARDO di Iacopo, del quartiere di S. Croce, provengono gli IACOPI di S. Croce o del LION NERO.

Gli inizi del 1400 e tutto il secolo che segue segnano il definitivo consolidamento degli IACOPI del LION NERO o di Santa CROCE nella città di Firenze. Nel 1401, LEONARDO di Giovanni di Iacopo di Pugio ?, figlio del precedente ed iscritto all’Arte della Lana, viene rieletto fra i Priori per il Quartiere di S. Croce, ma non potrà entrare nelle sue funzioni in quanto muore prima di assumere l’incarico. Suo figlio GIOVANNI di Leonardo, nato nel 1387 e sposato nel 1410 con Angela de’ CEFFINI, risulta esercitare l’attività di “lanaiolo” (pag. 225 di Orsammichele di Diane Finello Zervas, Istituto di Studi Rinascimentali, 1996) e viene eletto fra i Priori per lo stesso quartiere nel 1420 e nel 1436. Lo stesso personaggio viene anche ricordato, insieme al figlio ZANOBI, alle pag. 135 e 344 del “Priorista, 1407-59” di Pagolo di Matteo Petriboni e Matteo di Borgo Rinaldi e risulterebbe aver ricoperto nuovamente la carica di Priore per S. Croce nel 1434.

Dal 1424, infine, gli IACOPI erano entrati a far parte, per la 1^ volta con il predetto GIOVANNI di Leonardo, anche del Consiglio dei Buonuomini - carica che successivamente verrà ricoperta con una certa frequenza da altri membri della famiglia fino al 1531 - e nel corso del secolo raggiungeranno anche la prestigiosa carica di Console del Collegio della Mercanzia in Orsammichele. Sarà proprio GIOVANNI di Leonardo, per l’accresciuto prestigio guadagnato dalla famiglia, ad ottenere il privilegio di un sepolcro nella Chiesa di S. Croce, realizzato nel pavimento della navata destra della chiesa, quasi di fronte al monumento dedicato a Vittorio Alfieri.

L'elevato prestigio conseguito della Casata è anche dimostrato dalle numerose importanti parentele acquisite con le maggiori famiglie della città, fra le quali giova ricordare quella con i Rondinelli, gli Attavanti, i Ceffini, i da Filicaja, i Da Uzzano, i Gianfigliazzi, i Guicciardini, i Lapaccini, i Medici, i Serristori, i Martelli, i Vettori, gli Zati, ecc.. A titolo di esempio, vengono riportati alcuni brani estratti da documenti a giustificazione di quanto sin qui affermato:

Silvestro CEFFINI, sposato con Piera d'Uberto dei Ridoli, ebbe per figlia Angela che andò sposa a GIOVANNI di Leonardo IACOPI nel 1410. Da questo matrimonio nacquero almeno dodici figli maschi, fra i quali: LIPPO, GIOVANNI, MATTEO, LUDOVICO, BERNARDO, GIROLAMO, CEFFINO, SILVESTRO, GIULIANO, MAURO e TOBIA IACOPI (Gamurrini: Istoria Genealogica delle famiglie toscane ed umbre, pag. 269, anche se ci sono però dei dubbi sulla attribuzione dei 12 figli agli Iacopi piuttosto che ai Ceffini). In effetti, dall’elenco riportato da Gamurrini non risulta il nome di ZANOBI, più sopra citato nel “Priorista del 1407-59” e che il Bartolomeo Cederni ricorda spesso nella sua corrispondenza con i CEFFINI. Di fatto alle pagine 15, 16 e 121 di “Bartolommeo Cederni and his Friends: letters to an obscure fiorentine”, di Kent Francis William, Corti Gino, Olschki, 1991, viene detto che, nel corso del 1457, il “Cederni, chiedendo notizie di casa Ceffini scrive: “saluta il nostro Salvestro di Zanobi e Lionardo, Bernardo e Zanobi (di Giovanni) IACOPI e cotesti altri nostri patrizi; non solo mi saluta que’ primi, ma a loro mi raccomanda, maximamente al mio Salvestro, doctrinato dal nostro buono vechione, spechio e lume della religione e fede cristiana”. Segue nota 54 al testo che riferisce: “Occorre dire che questi IACOPI, la cui famiglia proviene dal distretto del Lion Nero del quartiere di S. Croce, non risultava preminente nella corrispondenza, anche se Zanobi o Zenobio Iacopi si scriveva molto intimamente diverse volte nel corso del 1457 con il Cederni”;

Nel 1420, Lorenzo di Domenico ATTAVANTI si ammogliò con PIERA di Ser Iacopo d'Antonio Iacopi e dalla stessa ebbe Bartolomeo, Domenico ed Attavante Attavanti (Gamurrini: Idem, pag. 269);

Nel 1432, MARIOTTO di Luca Iacopi sposa Bartolomea di Salvatore Da UZZANO;

MADDALENA di Iacopo di Giovanni di Zaccaria, abitante nel quartiere di S. Maria Novella, sposa nel 1476 Lazzaro di Tommaso di Francesco (+ 1372) de’ MEDICI;

Giovanni Battista, fratello di Mauro di Silvestro di Ludovico di Lippo CEFFINI, nel 1501 sposò in seconde nozze "Donna ALESSANDRA di Francesco Iacopi, dalla quale ebbe Francesco e Girolamo Ceffini, quest'ultimo nel 1545. (Gamurrini: idem, pag. 311);

Simone da FILICAJA, Priore nel 1493, sposa nel 1488 CAMMILLA di Bernardo Iacopi, da cui avrà Giovanni da FILICAJA;

GIOVANNI di Bernardo di Giovanni Iacopi risulta nel 1503 sposato con Costanza (Tancia) (1488 - 1523) di Averardo di Antonio di Silvestro di Ser Ristoro della casata dei SERRISTORI, provenienti da Figline Valdarno e muore il 29 giugno 1510;

Pier Filippo GIANFIGLIAZZI, sposa nel 1524 COSTANZA di Lorenzo di Bernardo Iacopi, da cui avrà il Senatore e Cavaliere Giovan Battista.

BERNARDO di Lorenzo di Bernardo di Giovanni Iacopi, risulta nel 1503 sposato ad una donna della casata dei SERRISTORI e muore il 29 giugno 1510;

LORENZO di Bernardo (di MICHELE o GIOVANNI ?) Iacopi, cambiavalute (è infatti da indentificare con il banchiere LORENZO IACOPI), che risulta sposato con Maria di Francesco di Roberto di Nicolò di Ugolino MARTELLI, figura nel numero del Consiglio del Duecento a Firenze nel 1531 per il Rione di Santa Croce (da Storia di Messer Benedetto Varchi dell’abate Silvano Razzi, vol. 2°, pag. 457);

CATERINA di Lorenzo Iacopi, sposata nel 1526 a Niccolò GUICCIARDINI, ebbe una figlia, Margherita che andò sposa nel 1558 a Giovanni VETTORI (Da pag. 283 di “Storia di Firenze” di Iacopo Nardi);

ALESSANDRO Iacopi, fra i Priori nel 1668, risulta intorno al 1680 sposato con Maddalena di Tommaso ZATI;

LORENZO di Bernardo di Giovanni , nipote del precedente, aveva sposato Elisabetta LAPACCINI, figlia di Iacopo di M. Alessio, che, nel 1530, pronunciò l'orazione ufficiale per il conferimento del Capitanato Generale della Repubblica di Firenze a Malatesta Baglioni di Perugia. Avrà per figlio NERI FRANCESCO Iacopi che, verso il 1600, risultava fra i Canonici fiorentini (Manni: sigillo VII, pag. 89; sigillo XIV, pag. 137) nel 1616, era stato eletto fra i Canonici fiorentini e che muore nel 1645 (Manni: sigillo VII, pag. 89; sigillo XIV, pag. 137 ed “Elenco dei Canonici fiorentini”).

Per quanto ha tratto con il censo della famiglia, gli IACOPI di SANTA CROCE risultavano avere le loro case davanti al tetro fabbricato delle “Stinche, che dava su via Ghibellina (oggi il sito del Teatro Verdi, nei pressi del Tabernacolo delle Stinche. Il Carcere delle Stinche, costruito nel 1299, prese tale nome per aver ospitato i prigionieri del Castello delle Stinche presso Greve in Chianti. Esso era destinato a Firenze ai prigionieri politici ed in un secondo tempo ai falliti. Alienato e distrutto nel 1833), mentre gli eredi di GIOVANNI di Ser Giovanni Iacopi avevano delle case in S. Giovanni. Nel corso del 1400, gli Iacopi di S. Croce riescono ad acquisire un palazzo signorile in via del Fosso (oggi via Verdi), a cui aggiungeranno un giardino, all'angolo di Via del Fosso con Via Ghibellina. Di fatto, dal libro “Firenze il Quartiere di S. Spirito dai Gonfaloni ai Rioni” di Valeria Orgera, leggiamo che “Sulla cantonata fra via Ghibellina e via Verdi la famiglia dei Lioni aveva un palazzetto, poi passato agli Iacopi, i quali vi impiantarono un giardino, dal quale prese il nome il Cantone o Canto degli Aranci In realtà l’area dell’abitazione della famiglia, nel 1640, era conosciuta anche come il Canto delli Iacopi (vds. nota 51 pag. 949 del vol. 3°-10° del “Vocabolario degli Accademici della Crusca”, Le Monnier, 1923, Firenze, dove si cita: “tutte le vie traverse che, partendosi dal Canto delli Iacopi sino alla detta via Ghibellina, andando in sù a mano manca …. “), ma nell’immaginario collettivo popolare esso venne a chiamarsi ancheCanto degli Aranci, proprio a causa della inusuale presenza di un aranceto in città, che la famiglia aveva impiantato, accanto al palazzo, nel giardino che dava sulla via Ghibellina (vds. Casini: i Canti di Firenze). L’edificio insieme al giardino, passato poi, verso la fine del 1600, ai Fabbrini e quindi ai Dalla Ripa (all’estinzione di ALESSANDRO, ultimo di questo ramo della famiglia), sarà abbattuto nel corso del secolo scorso ed il complesso è stato oggi soppiantato da degli anonimi fabbricati moderni.

il Catasto fiorentino del 1427 ci fornisce, inoltre, dei significativi elementi di valutazione. In esso troviamo tre “fuochi” degli IACOPI, con un reddito complessivo stimato sotto i 7 mila fiorini NOFRI di NOFRI di Giovanni ? e TOMMASO di Giovanni, capostipite degli IACOPI di S. Giovanni (Gonfaloni del Lion d’Oro e delle Chiavi), mentre GIOVANNI di Leonardo di Giovanni, lanaiolo, abita nel Quartiere di S: Croce sotto le insegne del Gonfalone del Lion Nero) con una imposta di poco superiore ai 4 mila fiorini e quindi in una posizione economica medio alta nel contesto fiorentino. Nel particolare: Nofri di Nofri e Tommaso di Giovanni IACOPI, che abitano, appunto, nel quartiere di S. Giovanni, risultano rispettivamente con una imposta di 324 e 257 fiorini su un totale rispettivo di 492 e 507 fiorini di reddito complessivo denunciati al catasto. TOMMASO di Giovanni, fabbro di 48 anni, paga meno tasse di Nofri al fisco fiorentino, in quanto risulta avere un carico di famiglia di nove bocche, ovvero moglie e sette figli e vivere in affitto. Da parte sua, Nofri ha 29 anni e risulta essere celibe; GIOVANNI di Leonardo IACOPI, lanaiolo di 40 anni, abita, come sopra evidenziato, nel quartiere di S. Croce con una tassa decisamente molto più alta, pari a 3.953 fiorini, su un imponibile totale di 6.377 fiorini. Egli risulta abitare in casa di proprietà e presenta anch’egli un carico di famiglia di nove bocche (moglie più sette figli) (vedi anche nota a pag. 31 di “Tornabuoni: una famiglia fiorentina alla fine del Medioevo” di Eleonora Plebani, 2002). Vale la pena di sottolineare che, nel catasto del 1427, solo l’1,4% delle famiglie fiorentine possedeva un reddito superiore ai 10.000 fiorini (appena 137 su un totale di 9821). Nel 1427 gli individui registrati al catasto fiorentino erano complessivamente 37.246) (Allegato F4).

Dalla metà del 1400 e gli inizi del 1500, gli IACOPI conseguono il loro massimo fulgore politico ed economico, entrando nelle attività bancarie e finanziarie e disponendo di palazzi in città, di attività commerciali in patria ed all’estero e di numerose proprietà, fra cui terreni e per certo, agli inizi del 1600, con ALESSANDRO di Lorenzo di Bernardo, persino una villa sulle colline in riva sinistra dell’Arno (pag. 201 de “Le Ville al di là dell’Arno” di Lensi Orlandi Cardini Giulio Cesare e pag 351 de “I Dintorni di Firenze: Sulla sinistra dell’Arno” di Carocci Guido, Galletti e Cocci, 1907). Dal libro del Carocci si evince inoltre che, alla morte del già citato ALESSANDRO, ultimo della suo ramo, questi lascia la sua villa, riferita ad una località Balatro Rosso (?) e la proprietà di Picille alla Congregazione dei Buonuomini di S. Martino a Firenze.

In effetti, verso la metà del 1400, la famiglia Iacopi entra in forze nella politica cittadina: ZANOBI o ZENOBIO di Giovanni di Leonardo ricopre per ben due volte la carica di Priore per il Quartiere di S. Croce nel 1450 e nel 1455 e verso la fine del secolo un GIOVANNI di Bernardo di Giovanni di Bernardo di IACOPO godrà di un prestigio tale da essere eletto fra i Priori del Quartiere di S. Croce per ben 4 volte, nel 1489, 1498, 1503 e 1513 (nel 1462 era già stato eletto, ma non insediato, perché troppo giovane), mentre altri della famiglia, come GIROLAMO di Giovanni di Leonardo, nel 1444; ZACCARIA di Giovanni di Zaccaria di IACOPO, nel 1453; MANETTO di Girolamo di Giovanni, nel 1466; GIULIANO di Giovanni di Zaccaria nel 1444, 1447 e 1450; GIROLAMO di Francesco di Girolamo nel 1518 e GIROLAMO di Leonardo di Girolamo nel 1522, pur estratti dalle borse, non potranno essere eletti a Priore, perché al di sotto dei 30 anni, senza, peraltro contare gli altri numerosi membri della famiglia che entreranno a far parte dei Gonfalonieri di Compagnia e del Consiglio dei Buonomini o dei 200.

Con la ricchezza ed il potere arriva anche il prestigio e la famiglia inizia ad essere considerata come “nobile”, fatto peraltro testimoniato, sicuramente a partire dal 1400, dal loro privilegio della sepoltura in chiesa. In effetti già intorno al 1450 ZANOBI di Giovanni di Leonardo di Giovanni, sopra indicato, viene citato in dei documenti come “Nobilis Vir”. In effetti, alla pag. 110 del libro di G. Giacomelli ed Enzo Settesoldi su “Gli Organi di S. Maria dei Fiore a Firenze, sette secoli di storia dal 1300 al ‘900”, pubblicato a Firenze da Olschki nel 1993, viene citato un documento della metà del 1400, dove Jacopo di Guccio di Raniero di Geri Ghiberti e Zanobius Johannis Leonardi Iacopi, suddetto, facenti parte di una commissione per le opere della Cattedrale, vengono qualificati come Nobiles Viri. Proprio nello stesso periodo i discendenti di GIOVANNI di LEONARDO otterranno il privilegio di un sepolcro nella chiesa principale del loro quartiere, Santa Croce.

In sintesi, dalla fine del 1200 agli inizi del 1500, la famiglia, inurbatasi nella città del Giglio dalla montagna del pistoiese, riesce a ricoprire tutte le cariche ufficiali del potere fiorentino ed attraverso i suoi membri, iscritti (Allegato F3) a 3 delle 7 Arti Maggiori (Giudici e Notai, Seta e Lana) ed a 2 delle Arti Minori (Chiavaioli e Fabbri), raggiunge una posizione preminente, sia nel campo politico, sia in quello economico, mentre la sua consacrazione definitiva avverrà verso la metà del 1400 quando parte dei suoi membri verranno ascritti anche all’Arte Maggiore del Cambio (banchieri e cambiavalute). In effetti, proprio dalle attività proto industriali del ramo di LEONARDO di Giovanni di Iacopo di Pugio ?, avverrà quella accumulazione di capitale, che consentirà successivamente alla famiglia di poter intraprendere nelle attività finanziarie. Ecco, quindi, che GIROLAMO di Giovanni di Leonardo diventa il 1° membro della famiglia nell’Arte del Cambio di cui, nel 1468, diviene persino il Console ed il suo esempio sarà seguito dai suoi numerosi discendenti diretti, specialmente FRANCESCO e MANETTO. Anche uno dei nipoti di Girolamo, LORENZO di Bernardo di Giovanni, il cui genitore aveva continuato nella attività laniera, intraprende l’attività di cambiavalute e di banchiere, mentre il fratello GIOVANNI di Bernardo di Giovanni risulta iscritto all’Arte di Por Santa Maria (da “Mercato della seta del 1400” a Firenze di Sergio Tognetti). Nella seconda metà del 1400 gli IACOPI entreranno a far parte del Collegio della Mercanzia, quello che era, per la Firenze del Rinascimento, l’attuale Confindustria per l'Italia. In sostanza, l’istantanea economica famiglia, fissata nel catasto fiorentino del 1427, fotografa esattamente il momento della crescita ed accumulazione di capitale del ramo di GIOVANNI di Leonardo, proprio qualche anno prima che la stessa inizi a gestire in proprio delle attività finanziarie. 

Nonostante che nel 1474 la fortuna della famiglia subisca un primo rovescio finanziario (in effetti nel corso dell’anno, secondo le “Ricordanze dal 1433 al 1483: la memoria familiare” di Ugolino di Nicolò MARTELLI, risulta che un ramo degli IACOPI, non meglio specificato, che possedeva una compagnia, dichiara fallimento), agli inizi del 1500 la famiglia IACOPI vive, in ogni caso, il periodo di maggiore splendore, illustrandosi in opere di beneficenza e di mecenatismo e spostando, nel corso del 1503, GIOVANNI di Bernardo di Giovanni di Leonardo il sepolcro di famiglia in una cappella acquistata nella Chiesa del viciniore Convento di S. Maria Maddalena de’ Pazzi in Borgo Pinti 58, più volte beneficato dagli Iacopi ed, in particolar modo, nel 1628. Risulta dai documenti che questa cappella in S. Maria Maddalena de' Pazzi era stata costruita nel 1497 e nel 1503 fu acquistata da GIOVANNI di Bernardo Iacopi suddetto, che l'ha adattata come sepolcro di famiglia per sé, sua moglie Tancia o Costanza (1488 -1523) di Averardo di Antonio di Silvestro di Ser Ristoro di Figline Valdarno (la famosa famiglia fiorentina dei SERRISTORI) e per i discendenti suoi e di suo fratello LORENZO di Bernardo. A tal fine, Bernardo farà costruire una vetrata colorata con lo stemma di famiglia da apporre alla finestra della cappella e farà abbellire le colonne di ingresso con lo stemma degli IACOPI (il cinghiale rampante di nero fasciato d’argento, in campo d'oro) e lo stemma dei SERRISTORI (blu, alla fascia d'oro, fra tre stelle dello stesso, poste 2 e 1 ed accompagnata in capo dal simbolo dei Guelfi: un rastrello di 4 pendenti di rosso, inframmezzato da tre gigli d’oro) e farà porre nella crociera della volta un ulteriore stemma degli Iacopi. Inoltre, secondo il critico Luciano Berti, lo stesso personaggio incarica il famoso pittore fiorentino, Andrea d’Agnolo VANNUCCHI detto del SARTO, di preparare il disegno per la realizzazione della pietra tombale in intarsio di marmo.

Immagini relative alla cappella in S. Maria Maddalena de' Pazzi presenti nella sezione MISCELLANEA

Infine, intorno al 1550, il predetto GIOVANNI di Bernardo risulta titolare di una azienda di vendita al dettaglio di tessuti. (pag. 14, 156, 158, 159 di “Da Figline a Firenze: ascesa economica e politica della famiglia Serristori”, di Sergio Tognetti, Opus Libri, 2003). Nella stessa cappella risulterebbe essere stata apposta anche una tela di Lorenzo di Credi (Lorenzo di Andrea di Oderigo) commissionata dagli IACOPI e che, al momento dell’estinzione del ramo della famiglia, il sepolcro sia passato alla famiglia fiorentina dei Pucci

Per quanto concerne il Convento di Santa Maria Maddalena, beneficato dalla casata, esso è certamente da identificare con quello, tuttora esistente, di Santa Maria Maddalena de' Pazzi in Borgo Pinti. Esisteva, infatti, a Firenze anche un altro Convento omonimo che, però, era in via S. Gallo ed era meglio conosciuto con il nome di S. Pietro in Morrone, perché era tenuto dai padri Celestini (da Papa Celestino 5°. al secolo Pietro da Morrone, L'uomo del "gran rifiuto" dantesco) (11). Due fatti confermano che il Convento in questione debba essere quello di Borgo Pinti: uno per la sua relativa vicinanza al Rione di Santa Croce e secondo perché l'Ademollo, nella sua opera ne fa specifica menzione alla pagina 1015 del suo terzo volume. L'origine del nome di questo Convento ha a che fare, come per quello di Via S. Gallo, con "donne di mondo". Era infatti un Conventino abitato da donne di solito "repenitenti, convertite o pentite" le quali, allontanatesi molto dalla via dell'onestà ed essendo state espulse dalle loro famiglie, erano state raccolte costì. Il Davidsohn ci dice che "esso fu fondato nel 1240 dai fedeli fiorentini, fuori Porta S. Piero, al di là della seconda cerchia di mura per le donne “ripentute” di Pinti (sembra che il nome della vicina porta cittadina - Pinti - sia derivato per corruzione di Pentite) e fu consacrato alle penitenti di Santa Maria Maddalena" (Vol. II, pag. 628). Si trattava, pertanto, di un Convento di monache "rinchiuse". Lo stesso Davidsohn (vol. VII, pag. 84) ci dice che nel Convento, nel 1261, risuonavano le preci delle penitenti ma, col tempo, questo fervore religioso andò, via via, scemando tanto che la scarsa volontà di penitenza ed anche solo di "buoni costumi" costrinse il Vescovo Antonio Degli Orsi o dell'Orso a prendere drastici provvedimenti. Nel 1319, infatti (Ademollo: vol. III, pag. 1015), il Vescovo di Firenze sottopose il piccolo convento alla giurisdizione dei Vallombrosani di Santa Maria di Crispino ma "poco piacendo alla Repubblica la libertà presasi da questo Vescovo, Firenze concedette questo monastero ai Monaci Cistercenci di S. Salvatore a Settimo, i quali erano molto in concetto presso il Comune, avendo essi tolto vari Camerlenghi del pubblico, e dato ad essi in custodia il sigillo della Repubblica. Questi monaci si riservarono un solo Ospizio cedendo il restante del Convento alle monache di Santa Lucia a Montisoni che vi permasero fino al 1442, nel quale anno Papa Eugenio 4° le trasportò a S. Donato a Torri" (Convento, questo, in precedenza degli Umiliati). Rimasto libero il Convento i Fiorentini, nel 1492, effettuarono, anche nella Chiesa attigua, radicali restauri su progetto di Giuliano da Sangallo, facendogli assumere la forma attuale. Questi lavori furono resi possibili - ci dice l'Ademollo - "mercé le generose sovvenzioni dei Pucci, Del Tovaglia, Rucellai, Attavanti, Nerli, Gaetai, IACOPI, Strozzi e Guiducci". Nella Sala Capitolare del Convento si può tutt'oggi ammirare un famoso affresco del Perugino, commissionato nel 1493 e completato il 20 aprile 1496, rappresentante Cristo in croce con la Maddalena ed i Santi. Ancora dal Davidsohn (Vol. VII, pag. 117) leggiamo una curiosità relativa a questo convento: nel settecento vi si conservavano alla venerazione dei fedeli n. 24 capelli della Vergine, oltre ad un pò di fieno della mangiatoia di Betlemme!!!!!.

Il nostro convento, nel 1628, fu venduto in permuta alle monache di S. Frediano. Queste, monache carmelitane, avevano avuto inizio nel 1450 da Innocenza Bartoli, Anna Davanzati, Sara Lapaccini e sua figlia Maddalena. Nel 1479 avevano cominciato a vivere in comunità in Santa Maria degli Angeli in Borgo S. Frediano e si erano acquistate fama di grande santità, specialmente dopo la morte di S. Maria Maddalena de' Pazzi, che visse tra loro e che da lei il convento ebbe il nome definitivo. L'acquisto del Convento in Borgo Pinti si dovette all'opera di due monache, nipoti di Papa Urbano 8°, le quali ricorsero allo zio affinché permutasse il loro vecchio convento, divenuto malsano per la vicinanza dell'Arno ed angusto per il numero delle suore. Se ne interessò difatti il loro fratello Cardinale Francesco Barberini ed al suo ritorno dalla delegazione di Spagna, contrattò con i monaci di Santa Maria Maddalena una permuta di convento a condizioni per essi vantaggiosissime. Da allora rimasero nel Convento, a meno della parentesi della soppressione napoleonica degli ordini religiosi, le monache Carmelitane che, come detto, intitolarono il Convento alla loro consorella Maria Maddalena de' Pazzi.

 

Per quanto attiene, invece, alle meritorie opere di mecenatismo della famiglia, ne vanno ricordate alcune che hanno lasciato tracce nella Storia dell’Arte e che sono ricordate anche dal VASARI nella sua monumentale opera. Innanzitutto la famiglia aveva una predilezione per la pittura ed aveva, fra i suoi pittori preferiti, Andrea d’Agnolo VANNUCCHI, detto del SARTO (Firenze, 16 luglio 1486 - 21 gennaio 1531), Ludovico BUTI (1550/60 - 9 ago. 1611) e Cristofano di Alessandro ALLORI (Firenze, 1577 - 1621), e Giovanni MANNOZZI detto Giovanni da S. Giovanni (Valdarno 1592-1636 Firenze), oltre, forse, al pittore Lorenzo di Andrea di Oderigo di CREDI (1459-12 gennaio 1537).

Nel 1520 circa, il banchiere LORENZO di Bernardo, che nel 1498 era entrato a far parte del Consiglio dei 200 a Firenze (pag. 457 del vol. 2° di “Storia Fiorentina” di Benedetto Varchi), aveva commissionato al celebre pittore fiorentino Andrea d’Agnolo VANNUCCHI detto del SARTO (perché figlio di un sarto), una Madonna, per il loro palazzo di famiglia e che oggi si trova nel Museo degli Uffizi di Firenze. Leggiamo dalla biografia del BUTI che: “Avendo a quei tempi quelli della famiglia Iacopi donato al Granduca il bellissimo quadro della Madonna di mano di Andrea del Sarto, che oggi si vede nelle stanze della Real Galleria, che si chiama Tribuna ed essendo stato fermato (sic), che oltre al pattuito prezzo, dovessero gli Iacopi averne una copia di mano di un maestro a loro piacimento Nella stipula del contratto era stato pattuito che gli Iacopi ne potessero fare una copia per la mano di un maestro a loro piacimento …”, che fu poi individuato nella persona di Ludovico BUTI (della scuola di Santi di Tito (1536-1603), che aveva esordito come aiuto di Alessandro ALLORI (1535-1607)). In effetti, il Buti fece molte altre copie della stessa opera, che andarono poi in proprietà a diversi cittadini di Firenze ed una, in particolare, alla famiglia de’ Tempi (da pag. 36 di Baldinucci Filippo “Notizie di professori di disegno da Cimabue, arricchita da notazioni ecc.” Libro 1°, tomo 9°, relativo alla voce Ludovico Buti). Citato anche in “Professori di disegno da Cimabue in qua”, vol. 1° di Baldinotti Filippo e Francesco Saverio e Ranalli Ferdinando, edizione 1974). Questa Madonna, dopo il 1537, venne donata (altri, pochi invero, dicono “venduta”) dalla famiglia Iacopi al Granduca Cosimo 1° de’ Medici, probabilmente per ingraziarselo in momenti difficili e questi, avendola particolarmente apprezzata, decise di porre il dipinto nel suo studio personale, che aveva sede nella Sala ottagonale degli “Uffizi” detta la Tribuna del Buontalenti. La Madonna, entrata a far parte delle collezioni dei Medici, è diventata successivamente patrimonio dello Stato nella Galleria degli UFFIZI di Firenze.

Nel 1523, La famiglia Iacopi commissiona ad Andrea d’Agnolo del Sarto, che era diventato il pittore di famiglia, la famosa Madonna della Scala che oggi si trova al Museo del PRADO a Madrid. Leggiamo dal Vasari che Andrea del Sarto aveva appunto realizzato “un quadro a Lorenzo Iacopi (fratello di Giovanni) ancora, molto di grandezza maggiore che l'usato, dentrovi una Nostra Donna a sedere con il putto in braccio, e cosí due altre figure che l'accompagnano, le quali seggono in su certe scalee che di disegno e colorito son simili alle altre opere sue”. L'opera era stata, in effetti, commissionata dal banchiere LORENZO di BERNARDO Iacopi, elemento che spiega la presenza nella sacra rappresentazione di San Matteo, patrono della sua professione, proprio perché l’Apostolo era stato, prima della chiamata tra gli seguaci di Gesù Cristo, esattore delle tasse per l’Impero romano (Matteo 9, 9). Nel 1605, a seguito di difficoltà economiche incontrate dalla famiglia, una vedova Iacopi, non meglio identificata, vende il quadro del Del Sarto, per 10 scudi d’oro, al Duca Vincenzo Gonzaga di Mantova, nella cui collezione rimane fino alla caduta della dinastia. Di fatto, il quadro, che risulta in un inventario del 1626 delle opere d’arte dei Gonzaga, viene successivamente portato via da Mantova da parte degli Imperiali, dopo l’assedio del 1645, ed entra a far parte delle collezioni reali spagnole all'epoca di Filippo 4°, nel corso del 1700. Nel 1819 la Madonna viene, infine, trasferita al Museo del PRADO di Madrid, proveniente dal monastero dell'Escorial. Per questa Madonna, che è uno dei capolavori di Andrea del Sarto, vale la pena riportarne alcuni elementi riferiti alla descrizione ed allo stile dell’opera: “Alla sommità di alcuni gradini, da cui il nome tradizionale dell'opera, Maria sta in ginocchio e tiene il Bambino, mentre con una mano si regge il velo gonfiato dal vento. Ai suoi piedi stanno San Matteo ed un angelo, mentre in lontananza, nello sfondo, si intravedono una donna di spalle che cammina con un bambino (Elisabetta e Giovannino in fuga dalla strage degli Innocenti) e una città fortificata tra le colline. La struttura del dipinto riprende la classica forma piramidale, con numerose citazioni da Raffaello e Michelangelo. La Vergine col velo ricorda ad esempio la madonna di Foligno di Raffaello, mentre la monumentalità del San Matteo ricorda le figure di Michelangelo nelle lunette della Cappella Sistina; le citazioni però non sono mai pedisseque e appaiono amalgamate sapientemente nell'equilibrato stile dell'artista”.

Inoltre, verso la fine del 1500, la famiglia degli IACOPI di S. CROCE commissiona al pittore fiorentino Cristofano ALLORI (figlio del pittore Alessandro e Dianora Sofferoni ed allievo e pupillo di Agnolo di Cosimo detto il BRONZINO (1503-72)) una serie di vedute ad olio per il palazzo in via dei Fossi ed, in particolare, il nobile IACOPO di Girolamo di Giovanni si farà fare un ritratto, che sarà poi mandato in Francia.

Infine, nel periodo 1610-20, uno IACOPO (di Girolamo ?) Iacopi, mentre ricopriva un incarico a PISTOIA per il Granduca de’ Medici, ebbe ad ospitare nella sua casa il pittore Giovanni MANNOZZI da S. Giovanni Valdarno detto Giovanni da S. Giovanni, al quale aveva commissionato diverse opere (dalle “Vite” del Vasari).

Da ultimo, per completezza di informazione, risulta che la Cappella Iacopi in S. Maria Maddalena de’ Pazzi fosse all’epoca decorata con una pala d’altare di Lorenzo d’Andrea d’Oderigo di CREDI, commissionata dagli stessi Iacopi e della quale al momento non si conoscono ulteriori dettagli.

In definitiva, appare non superfluo sottolineare come una famiglia, certamente non fra le più abbienti e potenti di Firenze, abbia potuto consegnare alla Storia dell’Arte, per la sua sensibilità ed il suo mecenatismo, ben due opere, che costituiscono oggi una parte del patrimonio del PRADO e degli UFFIZI, ma anche dell’Umanità, messo a disposizione per essere ammirato da tutti i visitatori del mondo.

 

Con l’agiatezza economica ed il prestigio acquisito nella città e nel circondario ecco schiudersi per la famiglia, nel corso del 1400 e nel secolo seguente, la possibilità di avere incarichi di prestigio e di fiducia da parte del potere nell’ambito del dominio territoriale di Firenze. Ecco dunque che numerosi personaggi degli IACOPI vengono nominati Vicari del Governo mediceo, Capitani del Popolo, Capitani di Giustizia, Camerlenghi Generali o Amministratori di città, Podestà, Depositari o Fiduciari del Governo, Commendatari, ecc.. Fra questi giova ricordare:

GIOVANNI di CECCO o FRANCESCO, ambasciatore nell’aprile 1370 a BOLOGNA e nel 1372 Gonfaloniere di Giustizia;

GIOVANNI di Ser GIOVANNI, ambasciatore nel giugno 1389 a Giovanni Acuto;

LORENZO di Bernardo di Giovanni, dal novembre 1456 al maggio 1457, ricopre la carica di Vicario di S. MINIATO al Tedesco (oggi S. Miniato al Monte, Vicariato formato dalle Podesterie di S. Miniato, Vinci, Montabone, Fucecchio, S. Maria in Monte e Castel Fiorentino);

GIROLAMO di Giovanni di Iacopo, risulta Podestà dell’anno 1470 della Podesteria del castello di Lari, nel Pisano.

ZACARIA o Zaccaria di Giovanni di Zaccaria nel 1470, viene nominato Camerlengo Generale della Città di AREZZO (Capitanato di Arezzo, composto da Arezzo e Contado e Podesteria di Civitella). Quest’ultimo incarico è particolarmente importante soprattutto per i rilevanti riflessi e possibili e probabili collegamenti con gli attuali Iacopi del Casentino e dell’Umbria.

ZANOBI o ZENOBIO di Giovanni di Leonardo Iacopi ricopre nel 1471, la carica di Capitano del Popolo e di Giustizia a Campiglia Marittima (Capitanato composto dalle Podesterie di Campiglia e di Bibbona) e nell’aprile 1477 viene nominato Capitano di Giustizia di Castrocaro (Capitanato di Castrocaro, composto dalle Balie di Castrocaro, Zuola, Montecchio, Converselli e Salutari) nella Provincia Tosco - romagnola.

GIOVANNI di Bernardo di Giovanni di Leonardo Iacopi, nel dicembre 1497 e nel dicembre 1504, è nominato Vicario e Capitano di Giustizia del Valdarno Superiore.

FRANCESCO di Girolamo Iacopi dal 1498 al 1502 ricopre la carica di Camerlengo di Scarperia (Vicariato del Mugello composto dalla Lega di Taglia Ferro, e dalle Podesterie di Scarperia, Borgo S. Lorenzo, Barberino, Vicchio, Dicomano, Carmignano, Campi, Fiesole e Sesto Fiorentino) (Inventario preunitario dell’Archivio del Comune di Scarperia (sec. 15°-1865 vol. 11°, Vanna Arrighi, 1991 e di Mario Parlanti, Pacini, 1999).

GIOVANNI di Bernardo di Giovanni, di Bernardo ?, nel 1505 risulta Commissario di Castrocaro (da Adriani: Istorie de’ suoi tempi); nel 1515 ricoprirà anche la carica di Podestà di Pistoia. egli nel 1498 era stato eletto anche Console dell'Arte della Seta.

LORENZO di Bernardo di Lorenzo Iacopi, ricopre dal 30 novembre 1546 al 19 maggio 1547, l’incarico di Vicario di LARI (formato dalle Podesterie di Lari, Palaia, Peccioli, Rosignano e Pontedera) e lascerà l’incarico a Francesco di Daniele Canigiani.

LORENZO di Bernardo di Lorenzo risulta, da una lettera di Cosimo 1° de’ Medici del 1° aprile 1550, Capitano di Giustizia di Montepulciano (Capitanato di Montepulciano);

BERNARDO di Lorenzo IACOPI é inviato dal 31 luglio all’8 agosto 1552, come Capitano di Giustizia in Cortona (Capitanato composto da Cortona con i suoi Comuni e la Val di Pierle e le Podesterie di Castelnuovo, Ripomarance, Monte Castelli, Sasso, Monteverdi e Querceto). Da pag. 188, 199 e 438 di “Carteggio universale di Cosimo 1° de Medici. Inventario”, Bellinazzi Anna, Giamblanco Concetta, Lamioni Claudio, Toccafondi Diana, a cura della Giunta Regionale Toscana, 1982, Archivio di Stato di Firenze.  

BERNARDO di Lorenzo IACOPI, sempre in due lettere di Cosimo 1° de’ Medici del gennaio-febbraio 1555, risulta Commendatario di Castrocaro (anche da pag. 523 delle “Storie di Firenze” dell’Adriani);

Urbano IACOPI appare, dopo il 1560, nell’incarico di Ambasciatore di Francesco 1° Sforza presso il Papa a Roma. Dalle pag. 83, 116 e 117 di “Francesco 1° Sforza” di Ermolao Rubieri, Lemonnier 1879.

IACOPO Iacopi, nobile fiorentino, nel 1610-1620, ricopre l’incarico di “Depositario” del serenissimo Granduca di Toscana in Pistoia ed in tale periodo ebbe rapporti con il pittore Giovanni da S. Giovanni o Giovanni Mannozzi da S. Giovanni da Valdarno (1592-1636), al quale ordinò diversi lavori (informazioni desunte dal Vasari).  Iacopo viene ricordato anche alle pagine 56 ed 83 del libro “Dal Baroccio a Salvator Rosa” di Filippo Baldinucci, Guido Belletti e Franco Croce.

In un documento del 25 febbraio 1630: (pag. 109 delle Carte Strozziane dell’Archivio di Stato in Firenze ASF. Inventario serie 1^, vol. 1°, (Sovrintendenza degli Archivi Toscani) ANTONIO Iacopi effettua una descrizione di quattro contrade di Firenze: “Sesto di S. Croce, contrade: n. 13, S. Stefano; 12, Sanità ad Arno; 8, Piazza del Grano; 7, corso de’ Tintori. Descrizzione fatta delle sopradette quattro contrade a dì 25 febbraio 1630 per me …Antonio Iacopi.; e si sono notate le infrascritte cose, cioè numero delle case e delle famiglie, delle …). Egli è nuovamente ricordato in un documento del 25 febbraio 1639 (pag. 109, Vol. 1° delle Carte Strozziane dell’ASF).

 

In realtà, esaminando bene gli incarichi ricevuti dalla famiglia nel periodo sopra citato e le date relative alle cariche ricoperte, ci si accorge che, nonostante che la famiglia Iacopi, nel suo complesso, emani ancora un certo fulgore verso la metà del 1500, qualche crepa inizia ad apparire e credo che la causa più importante di tutto questo debba essere ricollegata alle vicende politiche fiorentine della fine del 1400 - inizi del 1500. Con la cacciata dei Medici da Firenze, a seguito della rivoluzione del Savonarola, alcuni dei rami della famiglia Iacopi, in maniera autonoma, hanno presso posizione più o meno aperta pro o contro i MEDICI e la cronaca di Firenze (Ademollo) del 1504 ci riporta, ad esempio, che un non meglio precisato ANTONIO Iacopi, viene ucciso dalla fazione dei Vitelleschi che, notoriamente, appoggiava i Medici, in quanto da loro finanziati. Sta di fatto che, con la restaurazione del 1530, prima con il Duca Alessandro, ma soprattutto con il Granduca Cosimo, dopo il 1537, dei rami interi della famiglia scompaiono dal panorama politico della città e più precisamente: quello di GIOVANNI di Zaccaria di Iacopo, che pure era imparentato con un ramo dei Medici (di fatto nel 1476 MADDALENA di IACOPO di Giovanni di Zaccaria aveva sposato Lazzaro di Tommaso di Francesco de’ MEDICI) e sotto i Medici, nel corso del 1400, aveva avuto molti importanti incarichi; quello di BERNARDO di Iacopo di Pugio ?, che aveva dato nel 1400 ben 4 Priori e diversi Consoli delle Arti e scompare anche buona parte del ramo di GIROLAMO di Giovanni di Leonardo, che era stato il principale ramo della famiglia implicato nelle attività finanziarie. In definitiva si potrebbe inferire che buona parte degli Iacopi degli inizi del 1500 potrebbero aver effettuato la “scelta sbagliata”, sia in politica (avvicinandosi forse agli Strozzi contro i Medici) sia, con ogni probabilità, finanziaria, ma spesso, come è noto, le due cose nella vita degli affari non vanno mai disgiunte !!! E quindi probabile che in questo periodo molti rami della famiglia siano andati in rovina, mentre altri si siano trasferiti, col capitale ancora disponibile, nella vicina Repubblica di LUCCA e la Lucchesia o verso lo Stato della Chiesa. Dopo gli anni 1530 sopravvivono a Firenze, ancora in discrete condizioni, solamente un paio di rami dei figli di GIOVANNI di Leonardo di Giovanni e dei loro figli (un misto di mercanti, commercianti e banchieri), ma, nonostante le condizioni economiche apparentemente ancora fiorenti, è già iniziata la parabola discendente della famiglia. Le famiglie superstiti, quelle di BERNARDO di Giovanni di Leonardo e di GIROLAMO di Giovanni di Leonardo, godono ancora una certa fiducia del Granduca, al quale dopo il 1537 gli Iacopi avevano regalato una preziosa Madonna di Andrea del Sarto per ingraziarselo e dal quale continuano per qualche tempo a ricevere importanti incarichi, ma l’aria non è più quella del periodo precedente alla Repubblica Fiorentina. In ogni caso, il Censimento granducale della Toscana del 1562 ci evidenzia, senza ombra di dubbio, che a quella data le sole famiglie Iacopi censite a Firenze erano quelle del “fuoco” di BERNARDO di Lorenzo di Bernardo Iacopi, con moglie, 3 figli maschi e 4 figlie femmine ed il “fuoco” di IACOPO di Girolamo di Leonardo (o Francesco ?) di Girolamo Iacopi, con moglie, 2 figli maschi e 5 figlie femmine, entrambi nel Quartiere di S. Croce, Popolo di S. Simone (Parrocchia). Per completezza di informazione, occorre dire che dallo stesso Censimento si evince anche il "fuoco" di MAGDALENA di Lucantonio Iacopi, degli IACOPI di S. Giovanni che, probabilmente vedova, viveva nella sua casa nel Quartiere di S. Giovanni, insieme a due figlie non maritate e rappresentava ormai un ramo in estinzione. I nobili fiorentini, con la politica accentratrice e dispotica di Cosimo, ma anche a seguito di tentativi di congiure, specialmente dopo la congiura dei Peruzzi, subiscono un controllo molto stretto da parte del regime mediceo e sono ormai destinati a diventare dei semplici personaggi d’apparato, completamente esautorati, da utilizzare per magnificare la potenza del sovrano. A tal proposito basta leggere la pag. 106 della “Cronaca 1532-1606” di Giuliano de’ Ricci (Ricciardi, 1972) per rendersi conto a cosa era ormai ridotta la funzione della nobiltà fiorentina (“Il ricchissimo baldacchino con 10 mazze era portato dai “raccomandati” (sic !) e da 50 giovani, fra i quali Vicentio di Antonio Magalotti, Girolamo di Francesco Quaratesi, Nicolò di Carlo Paganelli, Lelio di messer Francesco Torelli, Federigo di Lorenzo Strozzi, LORENZO di Bernardo Iacopi. Dal punto di vista economico, i mercati europei cominciano a globalizzarsi e gli Iacopi e le altre grandi famiglie fiorentine, mentre Firenze ed il Granducato si richiudono progressivamente su sé stessi, non posseggono più le risorse economiche e politiche per sopravvivere alla concorrenza ed alla potenza finanziaria esterna. Anche se le cariche cittadine con Cosimo 1° vengono svuotate di ogni significato e non hanno più alcun valore se non formale, gli Iacopi non riusciranno più, per oltre un secolo, a far eleggere un loro membro fra i Priori, ad eccezione di ALESSANDRO (sposato intorno al 1670 con Maddalena ZATI), nel 1668, e anche se, da un punto di vista economico, la famiglia acquisirà, alla fine del 1500 e secondo la moda del tempo, una villa in campagna, nei territori d’Oltrarno, la decadenza è ormai definitiva ed inarrestabile. In effetti, alla fine del 1600 non si parla più della Casata Iacopi a Firenze e con ogni probabilità o per estinzione del ramo di ALESSANDRO o per esaurimento economico. In ogni caso, al tempo dell’Ademollo (1845), non si riescono più ad avere dati certi e documentabili della presenza della famiglia a Firenze ed anche nel Libro d'Oro della Città di Firenze, successivo al 1752, non si hanno più riferimenti agli Iacopi.

In definitiva, due eventi concomitanti hanno certamente determinato la rapida decadenza economica e politica degli Iacopi:

la disgrazia politica con il regime mediceo di una buona parte dei rami della famiglia che ha provocato la loro dispersione, in maggioranza nel territorio della libera Repubblica di Lucca (per quelli che erano stati economicamente previdenti!) o, in minor misura, nei territori montani dell’aretino e del finitimo Stato della Chiesa, dove avrebbero potuto godere di maggiore libertà ed iniziativa, soprattutto nel campo dei commerci. Per quest’ultima area si poteva probabilmente contare sull’aiuto un ramo della famiglia Iacopi, probabilmente discendente da ZACCARIA di Giovanni di Zaccaria di Giovanni, e verosimilmente dislocatosi nell’Aretino dalla prima metà del 1500;

 la crisi economica e politica, determinata dalla crescita dell’economia di scala a livello europeo nel contesto delle Nazioni, dove la Toscana risultava inevitabilmente emarginata e dove la “famiglia” nel suo complesso, avendo già perso parte dei suoi pezzi di valore, non possedeva più le risorse economiche e politiche e forse mentali e morali per continuare competere nel nuovo scenario europeo.

 

In conclusione, anche gli IACOPI de' Veneri, che godevano il titolo di Miles (Nobili di Firenze) e di Nobiles Vires, scompaiono da Firenze nel ramo principale in modo repentino a partire dalla fine del 1600, anche se risultava, con certezza, ancora fiorente un loro ramo nella città di PISTOIA, dove erano riusciti ad ottenere l’ambito riconoscimento del titolo di Nobili di Pistoia.  (vedi genealogie Iacopi de’ Veneri).

 

 

NOTIZIE SPARSE 

1291: “Faretevi pagare a GHERARDINO Iacopi soldi 24, danari 8 di sterlini, quando avrete questa lettera, per 14 lire sterline a fiorino che avem pagati qui per lui a Paganello Bencivenni e con questa vi mandiamo la lettera la lettera del pagamento che il detto Paganello gli manda, i quali danari menovaro alla compera della terra sua: paretevi li dare e quando gli avete, fatelne a sapere.” Pag. 424 e 287 de “Storia dei comuni italiani, vol. 3°” di Paolo Emiliani Giudici.  Nelle stesse pagine viene citato in un passo, senza data anche un certo BECO Iacopi.

1348, TOMMASO di SILVESTRO di GIOVANNI Iacopi inviato in Romania (sic, probabilmente nell’area del Lazio !) come tesoriere del Prenza. BUONAMICO o MICO di Giovanni suddetto, nello stesso periodo, è inviato in Sicilia (Cicilia) per affari. Egli era figlio di Mona (Madonna) DUCCIA di Ser Buonamico VELLUTI (da Storia di Firenze del VELLUTI).

6 luglio 1417, don BARTOLO Iacopi risulta teste di un documento, redatto nel popolo di S. Maria degli Angeli a Firenze. Da pag. 170 di “Studi medievali” di Vincenzo Crescini, Filippo Ermini, Pietro Fedeli, Chiantore Editore 1981.

gennaio 1365, frà FRANCESCO Iacopi di Firenze risulta frate francescano a Monte Oliveto.

GIOVANNI di BERNARDO Iacopi, forse il personaggio della famiglia degli IACOPI del LION NERO, risulta aver contribuito per la decorazione della Cappella di S. Bernardo presso la cappella Maggiore della cittadina di Badia a Settimo.

Francesco Roberto Nicolò Lorenzo Bernardo Giovanni Iacopi ?  sposa Maria MARTELLI. Da pag. 432 di “Mariage Alliance” vol. 114 di Molho Anthony.

Domina ANGELA Iacopi risulta avere effettuato un versamento in denaro a Prato (Delegazione Storia Patria, Prato, 1973).

18 set 1522 - 23 mar 1523, IOHANNES IACOPI, Kamerarius paga dei pittori ed artigiani per dei lavori presso la Chiesa di S. Maria delle Carceri di PRATO. Da Morselli Piero e Corti Gino: “Società pratese di storia patria, 1982”, pag. 167.

1536, 6 giugno: FRANCESCO di Raffaello di Pasquino IACOPI, orciolaio di MONTELUPO, viene assegnato come mudualdo a sua cugina ELENA di GASPARRO (Gaspare) di Pasquino IACOPI, che elegge un procuratore … . Da “Faenza”, vol. 70 di Museo Nazionale delle Ceramiche, 1984.

1611, MARGHERITA Iacopi fa testamento (Archivio Spinelli Firenze).

 

 

AVVERTENZA

L’esposizione sin qui condotta sull’evoluzione e la storia della Famiglia IACOPI di S. CROCE della Consorteria de’ VENERI, non ci esime, per onestà intellettuale, dall’effettuazione di un esame critico su quanto sopra riportato, per la permanenza di numerosi dubbi sulla genealogia e sulla omonimia di alcuni personaggi citati. Gli aspetti più critici collegati alle fonti sono sostanzialmente connessi con il tentativo di ricostruzione genealogica della famiglia del 1300 (vedasi Iacopi de’ Veneri), dove non è documentalmente dimostrato che gli IACOPI di S. Croce, che nel Catasto del 1427 avevano già un cognome o che comunque risultavano essere registrati al Catasto, derivino sicuramente da un PUGIO di IACOPO, Gonfaloniere e Priore per S. Pancrazio o da un GUGLIELMO di IACOPO, Priore per S. Pancrazio agli inizi del 1300. Non è peraltro escluso, a priori, che gli stessi possano invece derivare proprio da uno dei due rami predetti, per il fatto che, in linea di massima, in una discendenza familiare il cognome veniva assunto proprio in funzione dell’importanza e del prestigio acquisito da un personaggio fra i loro antenati (nel caso specifico un personaggio noto che, come nel caso in esame, aveva rivestito la carica di Priore o di Gonfaloniere di Giustizia). Non risulta altresì provato che il ramo di IACOPO di GUERRIANTE di IACOPO, iscritto all’Arte dei Por Santa Maria e che abitava nel quartiere di S. Maria Novella, possa a sua volta, derivare da uno degli Iacopo predetti. Per contro il ramo di ZACCARIA di IACOPO, che pure abitava a S. Croce, sotto un diverso gonfalone (quello del Bue), anche se non presente nel catasto del 1427, sembra proprio riconducibile al ramo degli Iacopi, in quanto ZACCARIA di GIOVANNI di ZACCARIA, Camerlengo di Arezzo nel 1470, come suo fratello GIOVANNI di GIROLAMO di ZACCARIA, Podestà di Lari nel 1470, vengono indicati nei documenti dell’epoca come facenti parte della famiglia Iacopi. Infine il ramo di TOMMASO di GIOVANNI, indicato dal catasto fiorentino del 1427, pur abitando nel Quartiere di S. Giovanni ed innalzando uno stemma diverso da quello della famiglia, sembra appartenere allo stesso ceppo familiare (figlio del Priore GIOVANNI), venendo designato nel catasto con un cognome, estremamente raro a quel tempo.

In ogni caso, il personaggio centrale degli IACOPI di S. CROCE sembra indubbiamente essere proprio il GIOVANNI di IACOPO, Priore nel 1373, designato dal Priorista come “tavoliere”, forse falegname, ma che risulterebbe svolgere anche l’attività di “lanaiolo”. Egli risulta essere il vero progenitore della famiglia di S. Croce, elemento chiave della genealogia degli Iacopi del LION NERO, il cui ramo, anche se preso singolarmente, non solo non inficia quanto sin qui affermato, ma semmai conferma con ogni evidenza, tutte le considerazioni di carattere qualitativo e sociale sopra esposte nei riguardi del complesso della famiglia (suo nipote GIOVANNI, sulla pietra del sepolcro di famiglia in S. Croce farà scrivere “Giovanni Iacopi figlio di Leonardo” a riprova che, a quell’epoca - inizi del 1400 -, la famiglia aveva già un cognome ampiamente consolidato). Il lavoro da effettuare per conferire al tutto una piena solidità documentale appare decisamente immane. Occorrerebbe esaminare le migliaia di documenti relativi ai battezzati presso gli Archivi di S. Maria del Fiore, i documenti delle “portate” e degli estimi, i Documenti sulle sepolture nelle chiese di Firenze del Rosselli e del Sarmantelli presso l’Archivio di Stato di Firenze e numerosa altra documentazione che, per posizione geografica e per tempo disponibile, appare decisamente al di fuori dalla portata e delle attuali possibilità di chi scrive. Sarebbe, in tal quadro, auspicabile l’aiuto dei numerosi studiosi che esistono a Firenze, che possano, per ventura, aver letto queste note. A loro mi rivolgo e lancio un appassionato S O S, nella speranza che mi possano aiutare a portare avanti questo difficile, impegnativo ma entusiasmante lavoro, fatto in omaggio degli amanti della storia locale e, soprattutto, per la soddisfazione di tutti quelli che hanno l’onore di portare questo importante e raro cognome !!

Infine a tutti gli Iacopi, pochi invero, sparsi per l’Italia (meno di 500 individui) e per il mondo (forse altrettanti), rivolgo un caloroso un appello, affinché mi aiutino, se possibile, ad ampliare ed a completare le sezioni relative ai vari rami odierni della famiglia, nell’intento di stimolare in tutti un sano orgoglio di appartenenza, che, nel mondo “globalizzato” di oggi, di certo non guasta !!